Pubblichiamo un interessante articolo di Virginia Suigo sulla maternità adottiva, utile a introdurre alcune tematiche che verranno approfondite e trattate in occasione del prossimo seminario del Minotauro “Adozione e adolescenza” (21 novembre 2015).

“Maleficent” e l’elogio della maternità affettiva.

Tutti meritano una seconda occasione, anche i cattivi delle favole.

La recente rivisitazione del classico della Walt Disney “La Bella Addormentata” trova una speranza di redenzione per la cattivissima strega in quella che mi sembra si presti come metafora della maternità adottiva. A differenza della versione originale, la storia si dipana dalla prospettiva di Malefica, che a dispetto del nome cattiva non nasce, ma lo diventa. La futura artefice del famoso sortilegio ai danni della neonata principessa (“Crescerà in grazia e bellezza, amata da tutti quelli che la conoscono, ma prima che cali il sole sul giorno del suo sedicesimo compleanno, si pungerà un dito con il fuso di un arcolaio e cadrà in un sonno eterno, da cui soltanto il bacio del vero amore potrà svegliarla”) è originariamente una creatura fatata che vive nella brughiera, libera e dotata di buon cuore. Nella versione tradizionale il terribile incantesimo è incomprensibile se non come frutto di invidia nei confronti del Re e della Regina, senso di esclusione, ed intrinseca cattiveria. Nella rivisitazione, invece, acquista senso e profondità come reazione ad un trauma. Malefica, infatti, non soltanto è tradita ed abbandonata dal vero amore, il futuro Re Stefano nonché padre di Aurora, ma subisce ad opera sua la mutilazione delle ali, simbolo identitario (tutte le creature fatate ne sono provviste). Stefano non esita ad ingannarla ed a strappargliele mentre lei gli si affida nel sonno, per utilizzarle come merce di scambio per acquisire il proprio riconoscimento sociale, lo statuto regale. Come accade molto spesso nelle vicende adottive, in cui il mancato accesso alla generatività può essere vissuto come ferita insanabile, anche qui il vuoto ed il dolore si impongono come ingombranti precursori. E’ un vuoto che Malefica tenta di colmare con la vendetta, l’odio e l’invidia, infliggendo appunto un maleficio che ripropone la legge del taglione, poiché condanna Aurora a rinunciare nel sonno eterno all’accesso al desiderio ed all’amore e di fatto priva il Re e la Regina della possibilità di crescere serenamente la propria figlia.

La madre naturale sparisce di scena, non le è concesso nemmeno l’ultimo saluto al capezzale da parte di un Re deteriorato, consumato dal desiderio di vendetta e dalla paranoia. Di fatto i genitori, nel vano tentativo di sottrarla ad un destino ineluttabile, sacrificano anche l’infanzia di Aurora, allontanata ed affidata alle cure di tre fatine che, nella versione rivisitata, risultano meno bonarie e maldestre, e più apertamente inadeguate e trascuranti. L’incolumità della bambina viene più volte messa a repentaglio, ed è solo l’intervento della strega, che ne segue le orme e che, suo malgrado, la “adotta”, a garantirne la stessa sopravvivenza. Protetta dalla barriera di spine che erge tra sé ed il mondo, Malefica si ritrova ad affezionarsi a colei che le offre l’unica risoluzione possibile al suo dramma: dare voce al trauma ed al dolore ed aprirsi al vero amore, che risulterà anche la chiave per sciogliere l’incantesimo. E’ il bacio della “mamma adottiva” e non quello del principe raccogliticcio della tradizione, infatti, a svegliare Aurora dal sonno eterno.

In questo senso, “Maleficent” è un inno alla maternità scelta, conquistata, al di là dei legami di filiazione naturale. I genitori biologici di Aurora escono davvero sconfitti da questa vicenda, alla madre non sarà dato mai conoscere neanche l’impronta che ha lasciato su una figlia che le somiglia fisicamente moltissimo; il padre viene divorato da una vendetta che non lascia spazio ad altro. E’ suggestivo pensare al parallelo tra realtà e finzione della protagonista Jolie, nella vita paladina della maternità biologica ed anche e soprattutto di quella adottiva.

Fin qui tutto bene.

Ma l’elogio rischia di tramutarsi in uno strapotere pericoloso. Il lavoro con i ragazzi adottivi ed i loro genitori ammonisce rispetto ai rischi dell’idealizzazione, della compiacenza e dell’illusione della riparazione. Cambiando angolatura, possiamo intravvedere un atteggiamento compiacente della bella Aurora, che scherzando potremmo dire mostra certo problemi di attaccamento, di carattere post-traumatico, se si affida senza indugio ad una strega dall’aspetto terrificante, che invoca anzi come “fata madrina”. Non a caso in un’intervista la Jolie ha raccontato che la scelta di far interpretare a sua figlia Vivienne la parte di una piccola Aurora è stata obbligata: tutti gli altri bambini erano terrorizzati da lei e disertavano il casting! La principessa non può che essere gentile e sorridente, non le viene dato un vero spazio di elaborazione di origini tanto complesse. I genitori biologici vengono eliminati (così come i loro surrogati inadeguati – le tre fatine) mentre la relazione “adottiva” è saturante e riparativa, in un modo però che pare onnipotente, perché annulla, piuttosto che rielaborare, incantesimi e traumi. Grazie a Malefica Aurora si risveglia, pronta ad ereditare il doppio ruolo di Regina della brughiera e del regno degli uomini, in una riunificazione priva di ambiguità, confusione, differenziazione. Grazie ad Aurora, Malefica non solo torna ad avere delle ali, ma sono esattamente le stesse ali di prima, nemmeno una cicatrice a testimoniare la ferita originaria.

L’esperienza clinica con le famiglie adottive ci insegna invece che il trauma dell’abbandono, e quello speculare della mancata generatività, sono elaborabili ma non certo annullabili, che quella adottiva è una condizione che perdura tutta la vita, che nella mente i genitori sono sempre quattro, anche quando quelli biologici li si è a malapena conosciuti, ed in sostanza che il “vero amore” si trova semmai nella piena accettazione della diversità (Colli, 2013). Il rischio è quello di trovarsi poi del tutto impreparati ad affrontare crisi di per sé fisiologiche, costitutive, preludio ad un processo di assunzione di identità intrinsecamente più complesso.

Auguriamo a Malefica e ad Aurora di vivere sempre felici e contente, come è naturale, ma forse anche di riuscire ad affrontare le successive fasi del ciclo di vita senza ulteriori magie: né sul versante distruttivo né su quello riparativo ed onnipotente.