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Convidiviamo l’intervista di Rosy Maderloni a Matteo Lancini per Nostrofiglio.it.

Laddove intendiamo come saper ascoltare sia un’arte, dobbiamo accettare che non possiamo improvvisare o dare per scontato quali caratteristiche appartengono a questa capacità. Se poi ci riferiamo all’ascoltare gli adolescenti da parte del mondo adulto, allora, occorre interrogarci sulla società post narcisista in cui noi genitori, educatori, istituzioni e i nostri ragazzi siamo immersi. Matteo Lancini lo ha fatto e nel suo ultimo libro “Sii te stesso a modo mio. Essere adolescenti nell’epoca della fragilità adulta” edito da Raffaello Cortina Editore (Maggio 2023)  affronta i luoghi comuni che ostacolo una sincera comprensione del mondo dei teenagers e rivela in che modo l’insicurezza dei genitori d’oggi condizioni anche l’approccio educativo.

Ascoltare è un’arte? Perché?

“Sapere ascoltare è un’arte perché bisogna esserne capaci – premette lo psicologo e psicoterapeuta -. I genitori di oggi dedicano sicuramente più tempo rispetto alle generazioni precedenti nell’ascolto dei figli. Ma di che ascolto parliamo? Sono davvero in grado di accettare quello che gli altri hanno da dire? In questo presente osserviamo una tendenza al dialogo orientato a insegnare ai ragazzi quello che dovrebbero sentire e dire. Nella società del post narcisismo l’adulto non è più soltanto concentrato su se stesso disinteressandosi dell’altro: l’adulto chiede di essere assecondato rispetto alle proprie fragilità e ci troviamo di fronte a ragazzi che crescono comportandosi in modo da non ferire l’adulto fragile”.

Società post narcisista, cosa significa? “E’ in corso un processo di adultizzazione dell’infanzia e di infantilizzazione dell’adolescenza – aggiunge l’autore del libro ‘Sii te stesso a modo mio’ -: nel primo elemento agevoliamo i bambini a socializzare, a precocizzare la loro autonomia e a emanciparli salvo poi fermare tutto quando questi ragazzi raggiungono l’età adolescenziale: lì vogliamo recuperare la nostra autorevolezza con regole e obblighi incolpando internet o i social dei problemi dei nostri figli.

Esiste un luogo comune sbagliato che vuole che l’adolescenza sia un’età dell’onnipotenza e invece è sbagliato: è, al contrario, l’età in cui si sentono finiti, quelle in cui rischiano la vita e si avvicinano alla morte. Oggi, però, non è la trasgressione a muovere le loro azioni a rischio, ma spesso è la delusione“.

Comunicare con gli adolescenti, perché è così difficile?

“Siamo in grado di ascoltare cosa hanno davvero da dirci? Il sistema in cui vivono li porta non sentirsi mai a sufficienza belli e popolari – chiarisce Lancini -. Questa società complessa porta ragazzi a vissuti delicati e difficili come l’anoressia, il ritiro sociale – col fenomeno degli hikikomori diffuso da anni anche in Italia -, il self cutting, i tentativi di suicidio. Noi non ne parliamo o diamo la colpa a fattori esterni come la pandemia o internet. La pandemia ha certamente esacerbato alcune dinamiche ma internet, usato appropriatamente, contrasta la sottocultura del web e facilita il dialogo. Non ha senso proporre modelli educativi fondati sulla privazione come togliere il telefono, togliere internet, fare il detox da smartphone se poi i ragazzi andranno subito a recuperare il tempo ‘perduto’ e se, soprattutto, non saremo stati per primi noi adulti a privarci di chat di gruppo, dello smartphone a qualunque costo. Non pensiamo di risolvere il tema della gestione delle emozioni portandoli a vedere il film Inside Out. Non è vero che questi ragazzi non ci parlano perché ci temono, come poteva essere nella società del padre autoritario, i nostri figli non ci parlano perché non vogliono ferirci“.

Come ascoltare con arte gli adolescenti?

“La questione non sta tanto nel come ascoltare, ma nelle domande che decidiamo di fare a questi ragazzi – aggiunge Lancini -. Pensiamo di chiedere loro a cena, ad esempio, ogni sera:

  • Come va oggi su internet? Cerchi una soluzione ai tuoi problemi? Hai cercato una challenge?
  • Hai pensato al suicidio oggi?
  • Come ti vedi allo specchio? Ti piaci? E se la loro risposta fosse no, proseguire con ‘Allora sei nei guai, come pensi di gestire questa faccenda?

Non dobbiamo temere le domande disturbanti.

La vera solitudine si annida in famiglia: i ragazzi che trascorrono molto tempo su internet non sono soli davanti a internet, dove possono allacciare connessioni per loro importanti, ma si sentono soli di fronte ai loro adulti di riferimento. Non ci sono domande che possano garantire che un figlio inizi a parlare apertamente ma possiamo creare le condizioni affinché i ragazzi possano sentirsi liberi di esprimere la tristezza, il senso di fallimento, la rabbia adolescenziale: non attribuiamo alle serie tv e ai trappe l’origine dei loro comportamenti, interroghiamoci su quanto siamo in grado noi di intercettare il loro stato d’animo. Alcune cose, infine, proprio dovrebbero non essere mai fatte nel dialogo con gli adolescenti:

  • non mentiamo agli adolescenti rispetto alle cose che sappiamo di loro e rispetto alla nostra vita
  • non diventiamo investigatori privati della loro vita e delle loro relazioni
  • smettiamola con le settimane di detox da internet e social, non servono a nulla
  • priviamoci anche noi adulti di qualcosa, non pretendiamolo solo dalle nuove generazioni: chiudiamo i gruppi di whatsapp di genitori, dove sono proposti modelli di cyberbullismo che insegniamo anche ai nostri figli”.