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Condividiamo l’editoriale di Loredana Cirillo per d di Repubblica.

Dottoressa, devo scegliere cosa mettere nel portale ministeriale della scuola come mio capolavoro. E’ una bella iniziativa, che vuole dare spazio a chi nella vita fa cose interessanti, a chi magari è forte nello sport oppure ha fatto qualche esperienza di volontariato, oppure suona uno strumento. Io sono entrata in crisi. Cosa metto? Ho iniziato a pensare che non ho mai fatto niente di straordinario, non ho hobby, passioni specifiche. Panico e vuoto totale…
Dottoressa, ho provato a dire a mia figlia che il capolavoro vero lei lo ha fatto nel suo doloroso processo di cambiamento, nell’uscire dal tunnel dei pensieri suicidali e dei tagli. Nel tornare a sperare e a investire nel suo futuro. Ma lei mi ha assalita: “Mamma, cosa dici! Bisogna presentare un capolavoro, cioè mostrare che sai fare qualcosa di speciale”.

Viviamo in un’epoca intrisa di paradossi da qualsiasi inquadratura la si osservi. Ad uno mi ci ha introdotto pochi giorni fa Margherita che ha 16 anni. Da quest’anno la scuola, la principale, spesso l’unica agenzia educativa nella vita di molti, dà agli studenti del triennio delle scuole secondarie di secondo grado la possibilità di testimoniare i talenti e le conquiste che molto spesso non emergono durante il percorso didattico. “Il capolavoro è un prodotto che l’alunno ritiene maggiormente rappresentativo dei progressi e delle competenze che ha sviluppato”. Panico. Forse il panico proviene dal titolo “capolavoro”. Se pensiamo che il tentativo sia quello di valorizzare a scuola le capacità degli studenti che non ricadono sempre e solo sulla didattica, sembra un’ottima idea. Ma se, ancora una volta, il messaggio che arriva è quello di confrontarsi con il saper fare qualcosa di grandioso, funziona molto meno. La mamma di Margherita, dopo anni di sofferenze ha interpretato il capolavoro nel suo lato più umano, tuttavia travalicando i confini di quel che la figlia si immagina possa essere consegnato alla scuola. Molti ragazzi faticano a definirsi ben oltre la confusione fisiologica dell’adolescenza, perché oltre ad essere stati appiattiti dai diktat della performance, sono schiacciati dal timore di scontentare qualcuno quando provano a definirsi e ad affermarsi per quel che sono autenticamente. Ancora una volta ritroviamo i ragazzi stretti nella morsa delle nostre contraddizioni adulte. Come si diventa grandi tra l’invito ad esprimersi per ciò che si è realmente e la pressione a comparire nella galleria dei capolavori, dei ranking e delle competizioni?