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Condividiamo l’intervista di Maria Novella De Luca a Matteo Lancini per Repubblica.it

«Il mio pensiero è che non ci siano cattivi maestre o cattive maestre sui social, la domanda da porsi, invece, è la seguente: quali bisogni di identificazione giovanile intercetta una influencer che mostra pezzi del proprio corpo su Tik Tok e su Onlyfans? Censurare, cancellare serve a poco, lo sappiamo, serve a placare la nostra ansia di adulti, correi però dello stesso sistema che ha creato questi modelli».

Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, il mondo dei social lo conosce bene e lo studia da anni. E cura, anche, i tanti ragazzi e ragazze di una generazione che filtra attraverso Instagram e Tik Tok ogni emozione dell’esistere. Perché oltre allo scandalo dell’evasione fiscale che ha messo in luce i guadagni monstre di “stelline” di Tik Tok come Eleonora Bertoli Giulia Ottorini, 28 e 21 anni, (Gianluca Vacchi e Luis Sal erano già ben noti), è il perché del loro successo che bisogna indagare. Pericoli compresi.

Lancini, cosa succede nella mente di un’adolescente di fronte a una quasi coetanea come Giulia Ottorini che si vanta di aver speso 30mila euro in una settimana avendone guadagnati, dunque, chissà quanti ballando in pose sexy su Tik Tok?

«Succede che quel messaggio, corpo, popolarità, denaro e successo, un mix così semplice da sembrare banale, diventi la sua ambizione di follower, il suo sogno di ragazzina. Ma non è qualcosa che nasce dal nulla, non è “colpa” dell’adolescente, è il frutto di un sistema culturale globale».

Nel quale sono totalmente immersi anche gli adulti ?

«Esattamente. Quando ascolto dei genitori che si lamentano della dipendenza dai social dei loro figli, rispondo che dovrebbero essere loro per primi a uscire da gruppi e chat Whatsapp, dovrebbero smettere di fotografare la vita dei propri figli e raccontarla su Facebook o Instagram, creando di fatto una realtà virtuale della famiglia. I ragazzi non vengono sorpresi da interenti ma cercano lì quello di cui hanno, nel bene e nel male».

Può fare un esempio?

«Faccio esempi estremi. L’anoressia. Ogni volta che c’è un caso grave riparte l’allarme sui siti Pro-Ana. Giusto chiuderli, ma bisogna essere chiari: è la ragazza che soffre di anoressia che andrà a cercare quel sito, non lo incontrerà per caso. Così i siti che istigano al suicidio. Possiamo chiudere tutto, ma se non intercettiamo le loro sofferenze, i loro miti affettivi, continueranno a navigare tra siti e social per trovare risposte».

È quello che lei racconta nel libro “Sii te stesso a modo mio. Essere adolescenti nell’epoca della fragilità adulta”.

«Impresa durissima. Come possiamo meravigliarci dei milioni di followers di una tiktoker che utilizza il proprio corpo per fare audience, o per giocare con il feticismo adulto su Onlyfans, se poi lo scorso anno la regina di Sanremo è stata Chiara Ferragni? Quando il gruppetto degli youtuber romani sfrecciava seminando il panico a velocità folle e macinava followers sui social, sui loro profili arrivavano sponsorizzazioni di marchi famosi. Poi un bambino di cinque anni ha perso la vita e qualcuno forse si sarà fatto qualche domanda. Gli adulti hanno enormi responsabilità».

Insomma nessuno è innocente Lancini?

«No, nel mercato degli influencer no, come dimostrano questi casi. Fenomeni nascono in casa, è vero, spesso autoprodotti, ma immediatamente inglobati anche cinicamente dal sistema adulto. In questo senso nessuno è innocente. Più semplicemente cerco di spiegare che non si può chiedere a un figlio di spegnere il cellulare se poi il genitore è attaccato tutto il giorno al suo smartphone. E’ una metafora per dire che la prevenzione si fa intercettando i bisogni degli adolescenti, recuperando l’ascolto, scendendo dalla cattedra delle proprie certezze».