Condividiamo l’articolo di GIORGIO BURREDDU con intervista a Loredana Cirillo, pubblicato su la Repubblica (20 maggio 2026)
Cirillo, lectio in San Petronio sui dolori dell’adolescenza
L’INTERVISTA
di GIORGIO BURREDDU
Agli adulti parlano attraverso il corpo, il silenzio, l’ansia, la rabbia. Ma il mondo degli adolescenti è più vasto e meraviglioso di così. Ci sono però interrogativi e sguardi da indagare. Lo fa Loredana Cirillo, psicologa e psicoterapeuta, che domani, alle ore 21, sarà ospite del ciclo “Scholé. Per la formazione dei cittadini”, ispirato dal cardinale
Matteo Zuppi e affidato all’ex retto-re, e professore emerito, Ivano Dionigi. «Il dolore è muto – dice Cirillo – perché i ragazzi non parlano con noi adulti. Non si sentono realmente ascoltati. Il bisogno di sentirsi capiti, quando viene soddisfatto, abbassa tanti drammi, dolori e inciampi». Il titolo dell’incontro è “Stare nel dolore: la cura dell’adolescenza”. L’ingresso nella Basilica di San Petronio è libero. L’attrice Donatella Finocchiaro leggerà stralci di “Soffrire di adolescenza. Il dolore muto di una generazione” (Raffaello Cortina) e dall’Ifigenia di Euripide. Perché, dice Cirillo, anche socia dell’Istituto Minotauro, «i miti parlano spesso di giovani e adolescenti».
Che sofferenza è quella dei ragazzi?
«Una sofferenza che spesso ha una direzione contro il sé: sono aumentati i casi di autolesionismo, i pensieri e i tentativi suicidari, le condotte di attacco al corpo. Ma si parla soprattutto di adolescenza violenta, come se l’allarme sociale ci fosse soltanto quando i ragazzi ci fanno paura. In realtà autolesionismo e violenza sono due facce della stessa medaglia: hanno in comune una fatica di stare nel mondo, una fatica di esistere».
Si parla di “generazione ansia”.
«La disperazione dei ragazzi oggi viene spesso chiamata così. Ma non è solo ansia da prestazione: è un livello di angoscia diffuso, legato a un vuoto identitario, alla mancanza di senso di sé. E spesso faticano anche a legittimare i propri stati d’animo».
Li ascoltiamo davvero?
«Noi siamo una società che dice ai fi-gli: vi amiamo, vi ascoltiamo, facciamo tutto per voi. E’ una delle generazioni più seguite della storia. Eppure li vediamo più scontenti e infelici che mai. Forse perché li ascoltiamo proiettando su di loro i nostri pensieri, paure, desideri. Quando incontrano la loro fatica o la fragilità, soffriamo troppo o giriamo la faccia dall’al-tra parte».
E i ragazzi parlano con gli adulti?
«Il dolore è muto perché loro non parlano con noi adulti. Ma non lo fanno anche perché non si sentono realmente ascoltati. Spesso ci dicono solo ciò che pensano che vogliamo sentirci dire. Vedono l’adulto fragile, incapace di stare davvero sul loro problema».
La scuola che ruolo può avere?
«La scuola resta sacra e fondamentale per lo sviluppo. Ma è ferma dal ’23. Il problema è: che scuola mettiamo in campo? Se pensiamo a una relazione punitiva, sottrattiva, rischiamo di perdere la speranza nel futuro. Perché i giovani sono il futuro. Bisogna aiutare i ragazzi a capire e ad amare di più l’apprendimento. Non come slogan. Identificarsi con le loro ragioni non significa dare loro sempre ragione o concedere tutto:
significa capirli».
E i social?
«Il punto è: che vantaggio ha pensare di aiutare i ragazzi semplicemente mettendo delle leggi che poi sono inattuabili per controllare l’età di accesso ai social? Dobbiamo pensare a come riformularli e a come accompagnare i ragazzi nell’utilizzo consapevole di questi strumenti».

