Considerazioni conclusive del convegno internazionale sul ritiro sociale in adolescenza

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Pubblichiamo le conclusioni di Antonio Piotti del convegno internazionale sul ritiro sociale in adolescenza tenutosi a Milano il 29 e 30 gennaio 2016.

Metamorfosi

Nel concludere questo convegno, prima di ringraziare tutti i partecipanti, vorrei cercare di tirare le somme. In primo luogo, cercherò di cogliere alcuni elementi fondamentali che sono emersi in queste due intense giornate e poi proverò ad individuare delle linee di sviluppo, delle prospettive di prosecuzione che potrebbero essere tracciate.

Cominciamo dai nostri reclusi: la vignetta che vi mostro  “ I dreamed I was Kafka” è un modo divertente per dire che la facciamo finita con un pregiudizio.  Ovviamente si  fa riferimento alle vicende di G. Samsa descritte da Kafka nel più famoso dei suoi racconti, in cui accade che il protagonista si risvegli un triste giorno nella scomoda corazza di uno scarafaggio repellente.

Ecco, noi siamo al punto in cui dobbiamo uscire da uno stereotipo, dobbiamo togliere di mezzo l’idea che l’adolescente ritirato sia una specie di scarafaggio kafkiano mostruoso che si rivolge allo psicanalista per togliere questa mostruosità. A volte pensiamo che la metamorfosi sia intervenuta nei nostri ragazzi, ma forse ci sbagliamo e credo che ciò che accade ai ritirati sociali sia comprensibile solo a partire dalle trasformazioni che sono avvenute all’interno della nostra scena circostanziale, del nostro contesto di appartenenza.

“Perché lo sguardo degli altri ci è divenuto così insostenibile?” si chiede Charmet nell’intervento che mi ha preceduto. Essere guardati, essere sottoposti al giudizio del gruppo di appartenenza è sempre stato difficile, ma dobbiamo chiederci come mai lo sia proprio ora, quando, invece, tutti i comportamenti e tutti gli stili che una volta sarebbero stati giudicati trasgressivi sembrano essere tollerati o addirittura incentivati.

Nel corso di questo convegno sono emerse a questo proposito diverse considerazioni interessanti. Ne selezioniamo due: la prima fa riferimento ad un nuovo immaginario, la seconda al passaggio da Edipo a Narciso.

Un immaginario nuovo.

Parecchi anni fa McLuhan ci ha spiegato che il  “Medium is the message”. Lo ha fatto in un testo, La galassia Gutenberg che dovremmo rileggere con attenzione. Vi troveremmo scritto che non è stata la rivoluzione scientifica ad introdurre il pensiero razionale di contro a quello magico medioevale o rinascimentale. Piuttosto è avvenuto che una scoperta tecnica, l’invenzione della stampa, ha dato origine al razionalismo; prima c’era il pensiero tribale, che si basava sulla suggestione delle immagini, poi la stampa ha organizzato il pensiero, ci ha spinto scrivere ed a leggere secondo un ordine razionale e conseguente. Ha formato il pensiero alla logica, sottraendolo alla magia, al dominio evocativo delle immagini. Ma dove è ora la nostra umanità quando i media non sono più la stampa, ma una sorta di sintesi tra scritto ed immagini prodotto dal web, quella che McLuhan aveva identificato come fase dell’elettronica? La rete sembra ritribalizzare il nostro mondo relazionale, consente una nuova sintesi fra mondo della ragione e mondo degli affetti, produce riflessioni che si traducono nel tentativo di conciliare i due emisferi del nostro cervello, di palesare gli effetti di una intelligenza delle emozioni. Sono esiti positivi ma anche destabilizzanti: il rischio percepito genera pregiudizi e chiusure così come, d’altra parte,  l’emozione diffusa aiuta la ragione a non isolarsi. Sembra tuttavia che la distinzione lacaniana fra simbolico ed immaginario si sfaldi e che i due universi ne generino un terzo in cui gli elementi razionali del primo si uniscano a quelli narcisistici del secondo-

L’altro riferimento che ci viene in mente riguarda Aristotele e la sua famosa distinzione fra Intelletto agente e intelletto possibile.  Secondo Aristotele noi dovremmo beneficiare di un duplice intelletto. Uno, quello possibile è nostro, è individuale, termina con la nostra morte; l’altro, quello agente, è universale vi accediamo quando nasciamo, lo abbandoniamo quando la nostra vita finisce: è questo accesso, questa connessione, che permette di passare dal pensiero come possibilità all’atto concreto del pensare. Come può essere spiegato questo intelletto agente? Si tratta di uno dei passi più ardui di Aristotele su cui si sono cimentati centinaia di pensatori e sappiamo che, nell’ambito della Scolastica, questo intelletto universale che sopravvive eterno alle vicende mortali di ognuno di noi è stato identificato con Dio. E’ indubbio tuttavia che ce lo spieghiamo benissimo proprio facendo riferimento alla Rete che costituisce una sorta di intelletto globale cui si collegano innumerevoli postazioni. Ogni computer ha un software che gli consente di connettersi, ma è la Rete in se stessa che rende attuale la connessione di ogni computer, che lo rende operativo ed è vero che, quando un apparto si disconnette, la Rete invece continua a funzionare.

Per comprendere bene la questione occorre tuttavia evitare di pensare che siano semplicemente i computer, intesi come strumenti creati dall’uomo, a connettersi: siamo invece noi a stabilire le connessioni e ad esserne coinvolti. E’ insomma la rete stessa, proprio nei termini di McLuhan, a produrre i nostri pensieri, a renderci attivi, a pensarci, come se l’umanità ci avesse messo più di duemila anni a inverare tecnicamente ciò che Aristotele aveva descritto in termini metafisici.

Infine, l’ultimo nostro riferimento fa capo alle riflessioni di Appadurai, l’antropologo indiano che, in Modernità in polvere ha mostrato come l’immaginario attraverso una serie di mediorami, si colori grazie a tutte le proiezioni che noi vi inseriamo. La cosa da sottolineare qui è che questo insieme di proiezioni non genera un’assimilazione o  una omogeneizzazione, quanto piuttosto una molteplicità di connessioni confuse ma creative. In altri termini, il mondo del futuro non sembra affatto precipitare nelle descrizioni distopiche che da 1984 fino ad Hunger Games descrivono un contesto sociale uniformato, standardizzato, massificato e dominato da un pensiero unico, quanto piuttosto approdare ad un universo immaginario pieno di suggestioni confuse ugualmente sostenibili benché contraddittorie. Il villaggio globale, nella sua dimensione connessa non ci rende tutti uguali: esalta, al contrario le nostre differenze e le nostre peculiarità dando a tutte lo stesso diritto di cittadinanza.  Il rischio in questa umanità non è di dover per forza assumere un’identità imposta dall’alto;  piuttosto è non sapere quale identità scegliere perché il contesto ci offre una molteplicità di identità. Credo che Maia Fasten facesse riferimento a questo ordine di problemi nel suo intervento.

Da Edipo a Narciso.

Possiamo supporre che il Grande Altro lacaniano, una sorta di inconscio estroflesso, non abbia subito, come spesso si è scritto, un collasso, ma una trasformazione. Al posto di un sistema edipico che fornisce regole ed identità, non è andato comparendo un tracollo psicotico, quanto invece una ridefinizione immaginaria, un mondo come quello descritto da Appadurai nel quale gli elementi simbolici vengono ibridati da tratti immaginari in un modello a prevalenza narcisistica. Al posto di un’inversione, abbiamo assistito ad una obversione.  La metamorfosi del Grande Altro, la sua logica, ha fatto sì che al posto del Super-Io comparisse la legge dell’Io Ideale, al posto del sistema della colpa comparisse quello della vergogna, al posto dell’anima il  corpo (parlante), al posto delle relazioni fisiche, quelle virtuali. Ci siamo trovati di fronte a molta libertà, ma a poca identità ed è in questo contesto che ritroviamo i nostri adolescenti ritirati. Ci sono stati descritti, in questi giorni, nelle forme più articolate, ma vale forse la pena di riprendere quelle relative al loro rapporto con le madri e con i padri. Se una volta il problema dei giovani consisteva nel non ferire le loro madri, ora si tratta di non sentire la bruciante sensazione di averle deluse. Se una volta l’ansia della castrazione incuteva la paura dell’autorità paterna, oggi la cosa difficile per un giovane maschio è quella di accedere al fallimento paterno, di assumersene le conseguenze. Questa mattina, nel corso di uno dei workshop i relatori ci hanno mostrato, quasi in tempo reale, quanto l’articolazione di questo riconoscimento costasse fatica sia nelle vicissitudini paterne che in quelle dell’adolescente.

Sembra che a fare problema per questi ragazzi non sia la costrizione ma la libertà. La difficoltà nell’accettare le regole di questo strano mondo che prevede di essere e non essere se stessi.

Se questi sono gli eventi, allora quali direzioni di cura possiamo pensare?

La prima direzione richiama  nostalgie edipiche: l’esordio del modello  narcisistico ha suscitato paure di ogni genere: ci si è convinti, in un pessimismo catastrofico, che la civiltà stia implodendo in tutti i suoi aspetti e che sia necessario ritornare indietro (ai padri e all’autorità, all’identità e ai limiti, alla ricerca del controllo e alle leggi di natura). Narciso ha pronunciato i suoi primi vagiti e subito ci si affretta a preconizzare l’avvento di un  Telemaco in nostalgica attesa  che il ritorno di suo padre ponga fine ad ogni disordine.

La seconda direzione ci porta a fare i conti con Narciso non per esaltarlo o per correre dietro alla sua onnipotenza, ma per sfatare il pregiudizio culturale che vuole Narciso incapace di amare, di vivere, di provare speranza nella prospettiva che sia invece possibile contribuire alla formazione di un narcisismo maturo, quello che chiama in causa  un nuovo compito paterno.

Non stiamo proponendo un’utopia. Proprio la testimonianza della sofferenza dei nostri giovani quando attaccano il loro corpo, nel digiuno anoressico come nella reclusione, nel tentativo di suicidio come nel cutting, ci mostra che il passaggio a Narciso non sarà indolore e non condurrà in nessun Paradiso. Solamente dobbiamo constatare che la forma della sofferenza psichica si sta modificando e che, a livello clinico come a livello sociale, diversi dovranno essere gli stili di lavoro.

Ad una cosa in particolare dobbiamo rassegnarci: sono venute meno le narrazioni complete. Non possiamo più presentare narrazioni perfette, esaustive, dobbiamo accettare la loro incompletezza, la loro multiforme flessibilità che le rende indeterminate e sempre successibili ad un rinnovamento. Per fare solo qualche esempio, la narrazione maschile e quella femminile sono prese nel vortice di una continua ristrutturazione prodotta proprio dalla varietà dei modelli culturali che ci vengono proposti. Essere maschio ed essere femmina non significa più fare riferimento ad una serie di procedure esistenziali codificate quasi per natura, quanto invece riconoscere gli effetti di un discorso sempre mutevole. E’ curioso che la necessità di questa incompletezza sia stata riconosciuta, nella storia del pensiero contemporaneo, in ambito matematico prima che in altri campi, ma la formulazione del teorema di Godel ci conduce proprio a dover ammettere che una narrazione, per essere coerente, deve accettare una certa incompletezza.  In altri termini, qualcosa non torna e lo dobbiamo accettare… Perché c’è sempre qualcosa che non va? Perché sembra impossibile giungere ad una vita davvero felice? Perché esiste sempre un punto che non si adagia dentro in una narrazione pianificata di cui ci accorgiamo quando, nella nostra esistenza concreta, constatiamo di ritrovarci spesso a muoverci intorno alla stessa esperienza mancata?  In filosofia, questa condizione prende il nome di negazione astratta, indipendente cioè da ogni fattore concreto. Freud le ha trovato un altro nome e l’ha chiamata  di pulsione di morte. Dobbiamo imparare a convivere con essa, a farne semmai un punto di forza.

Cosa ci aspetta infine?

Una nuova psicoanalisi. I giovani ci insegnano a cambiare i nostri modelli. Non è un problema di flessibilità, di disponibilità oraria o di abbandono del lettino. Quello cui ha alluso Lancini nel suo intervento quando ha affermato che i ragazzi trasformano i modelli psicoanalitici è molto di più. Si tratta di un coinvolgimento diverso con gli adolescenti. Si tratta di seguire i ragazzi nei loro percorsi di guerre virtuali, di essere vicini a loro, farsi psicoanalizzare da loro, portare il transfert fino a lì, fino all’adolescente. Fino a che un intervento riuscito è quello che cambia qualcosa nella mente della terapeuta

Forse anche il rapporto col sapere deve cambiare. Credo scopriremo nuovi modi di fare scuola perché forse mettere trenta ragazzi in un aula scolastica ove il succedersi delle materie è scandito dal suono di una campanella, non rappresenta più un modello valido per la formazione dei nostri giovani i quali forse vanno guidati verso un apprendimento diverso che consenta di apprendere in ogni momento.

Forse cambieranno anche i modi di amare, ci saranno altri amori. Al di fuori dai generi e dalle consuetudini. Come afferma ancora Lancini, la scissione tra rapporto sessuale e generazione dei figli è destinata  a produrre conseguenze che noi possiamo solo immaginare.

Si tratta, per coloro che si apprestano a diventare adolescenti oggi, di compiti evolutivi nuovi e molto complessi e forse la difficoltà degli eremiti metropolitani stanno forse proprio nell’accedere ad un modello che chiede di essere sempre contraddittorio: per esempio essere maschio e non maschio, madre e non madre (lavoratrice, manager, etc.), studente senza davvero studiare…

Li guardiamo con attenzione e preoccupazione ma anche con invidia perché  a loro resta, alla fine, la sfida di essere davvero liberi.

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