Condividiamo l’intervista di Anna Spena per il magazine Vita a Matteo Lancini sugli effetti dell’emergenza Covid-19 sugli adolescenti.

A reagire meglio ai giorni scanditi dall’emergenza Coronavirus sono gli adolescenti. Non ha dubbi Matteo Lancini, psicologo, presidente della Fondazione Minotuauro e docente presso il dipartimento di psicologia dell’università Bicocca di Milano. «E da loro», dice, «che dovremmo capire come costruire la società del post emergenza».

Lancini, che tra gli altri ha da poco pubblicato il volume “Cosa serve ai nostri ragazzi. I nuovi adolescenti spiegati ai genitori, agli insegnanti, agli adulti” (Utet), spiega: «In questa fase di emergenza gli adolescenti saranno gli ultimi a mollare. Conoscono bene la tecnologia e, a differenza degli adulti, percepiscono che una relazione può essere profonda anche se mediata da strumenti digitali». Ma attenzione: «Questo non deve esimerci dal nostro compito educativo. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una dell’adultizzazione dell’infanzia e viceversa. I ragazzi hanno bisogno di noi, della nostra attenzione e si aspettano un impegno serio da parte degli adulti nella costruzione del loro futuro. Dagli insegnanti ai genitori, nessuno si può sottrarre».

Che impatto avrà il lockdown sulla psiche e sulla vita degli adolescenti?

Premetto: in una situazione come questa in continuo divenire i fatti, e quindi le considerazioni, potrebbero essere soggette a cambiamenti. Ad oggi però mi sento di dire che rispetto ai giovani, nello specifico rispetto agli adolescenti, ci sia stata una visione esageratamente sbilanciata sulla loro incapacità di gestire una situazione così delicata.

Invece?
Invece finora gli adolescenti sono a mio avviso quella fascia della popolazione che ci ha stupiti di più. Sicuramente non stanno vivendo bene questa situazione ma si sono molto responsabilizzati e saranno gli ultimi a mollare. Eppure siamo stati proprio noi, gli adulti, che a prescindere dall’emergenza sanitaria gli abbiamo creato un presente poco stabile e un futuro poco chiaro.

Perché secondo lei?
Sono ragazzi che conoscono la tecnologia, sanno e percepiscono che una relazione può essere profonda anche se mediata da strumenti digitali. Un po’ perché hanno già costruito altre relazioni utilizzando questi strumenti – parlo di ragazzi che non hanno patologie – e un po’ perché il sesso ha perso la rilevanza di una volta in questa fase della vita.

In che senso?

La sessualità era il tema centrale del desiderio adolescenziale. Adesso sembra che conti più il sexting rispetto al sesso vero e proprio. Tutto si dirige molto di più in una dimensione narcisistica supportata dai nuovi mezzi tecnologici e quindi mi pare che sappiano gestire meglio anche questa situazione. Ovvio alcuni hanno situazioni privilegiate rispetto ad altri. C’è chi ha la possibilità di vivere in case grandi e quindi delimitarsi un proprio spazio e chi no. O contesti familiari più sereni di altri, ma questo non cambia il punto di partenza: gli adolescenti sono quelli che stanno gestendo meglio questi giorni di emergenza da Coronavirus. Si sono appunto responsabilizzati e riorganizzati sfruttando le loro inclinazioni. Qualcuno si è preso il compito di cucinare per la famiglia, altri di occuparsi della spesa degli anziani del palazzo. Per questo è importante che gli adulti smettano di infantilizzarli e inizino invece a responsabilizzarli.

E i bambini?
Credo che loro siano la fascia più debole in questo momento. Si sono adattati ma hanno capacità cognitive diverse dagli adolescenti per dare senso a questa chiusura. In più sono bloccati in un’esigenza di movimento dove i processi di socializzazione erano appena cominciati.

I ragazzi come possono riorganizzarsi il futuro?

La questione vera è che non devono e non possono riorganizzarselo loro da soli. Reggono sì, ma hanno bisogni di adulti che prestino davvero attenzione alle loro vite. Partendo anche dalla scuola. La didattica a distanza in questo momento non può solo significare fare lezione con i tablet, ma costruire relazioni nuove e rimodulare le distanze per sentirci più vicini. È questo che dovrebbe fare la scuola giusta, quindi non solo caricare i ragazzi di compiti. Anche sulla scuola a distanza siamo chiamati a riflettere: perché ci ostentiamo a negare l’utilizzo di internet nelle classi? Perché non possiamo prevedere esami di stato online? Perché soprattutto la prima cosa che pensiamo è che il ragazzo che usa internet è un ragazzo che sta copiando. Quante persone per lavorare usano internet? Tutte più o meno. E allora perché negare ai ragazzi questa possibilità? Usare la rete fa parte delle nuove competenze e abilità che tutto i ragazzi devono acquisire.

Secondo lei per i genitori e i figli può esserci un’opportunità che nasce da questi giorni difficili?
Gli adolescenti di oggi non crescono per trasgressione, come si ipotizzava nel passato, ma crescono per delusione.Dobbiamo rimettere al centro il tema della morte e del dolore, che da un certo punto in avanti la società nel suo insieme ha iniziato a rinnegare. La morte è parte della vita, così come il dolore e la sofferenza. Non le possiamo negare o fingere che non esistano. Sicuramente gli adulti non possono rovesciare sui loro figli adolescenti le loro angosce, ma neanche possono fingere che vada sempre tutto bene. Se neghi la fatica e il pianto l’adolescente ne esce distrutto. Se vediamo adulti che li negano allora vuol dire che non sono i ragazzi a non essere pronti a capire quei sentimenti, ma gli adulti a non essere in grado di parlarne. Questa emergenza che tanto ci fa male forse deve essere però utilizzata. Nel corso degli anni abbiamo tolto ogni “inciampo” alla crescita. E ci siamo dimenticati che invece si cresce inciampando. Questo è il momento di fermarsi a riflettere: in Italia siamo nella fase dell’adultizzazione dell’infanzia e viceversa. Mi spiego meglio i bambini di oggi sono cresciuti con una direzione precisa: avere tanti amici, gli è stato insegnato di dire sempre cosa gli piace, a quattro anni scelgono già da soli gli sport o come vestirsi. A sette li vedi vestiti già come adolescenti. In generale vediamo una pubertà fisica che anticipa quella psichica. Quindi di fatto li cresciamo come piccoli adulti e poi arriva l’adolescenza ed iniziano le limitazioni dei genitori del tipo “i no che aiutano a crescere”. Ma questa è la famiglia che abbiamo costruito noi. Li fotografiamo fin da dentro la pancia e li mettiamo sui social, immortaliamo ogni loro istante della vita per condividerlo e poi cosa facciamo quando diventano adolescenti? Li iniziamo a trattare come soggetti da controllare. Forse è su questo che dobbiamo riflettere. Certo non vogliamo e non dobbiamo tornare a quel modello di famiglia patriarcale e autoritaria. Ma dobbiamo smetterla di volere bimbi adulti e adolescenti infantili.

Come ritorneremo a vivere?
Il tema dell’incertezza umana ci prende tutti. Se non si ha un progetto si rischia di soffrire molto. Siamo in una fase di trasformazione.

FONTE: Vita.it