Condividiamo l’intervista di Simona Biscaglia a Matteo Lancini per il quotidiano La Stampa.

Nel 2021 c’è stato un aumento delle richieste di aiuto di almeno il 40-50 per cento ed è evidente come la pandemia abbia “esacerbato dei disagi che erano già preesistenti nei ragazzi”. Così racconta Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro, un punto di riferimento per il disagio giovanile a Milano.

Dottor Lancini, dopo pandemia, lockdown e Dad i ragazzi come hanno comunicato la loro sofferenza?

In questi anni spesso gli adolescenti esprimevano il loro disagio attaccando il proprio corpo, con gesti autolesionisti, disturbi della condotta alimentare, oppure con il ritiro sociale. Il corpo è un megafono, la sede in cui si esprime un dolore che non riesce a trovare parola nei ragazzi. In questo momento esiste però una fascia della popolazione adolescenziale che per caratteristiche di personalità e per fattori ambientali e cultura li esprime questo disagio agendo verso l’esterno. Se alcuni attaccano il proprio corpo, altri mettono a ferro e fuoco le città. Questo modo di esprimere il loro disagio è comunque frutto di una disperazione, non sono gesti che hanno una progettualità di contestazione».

Quali possono essere le cause alla base di questi comportamenti?

«Sembra esserci un’assenza di prospettive future, che è uno degli aspetti più preoccupanti che riguarda gli adolescenti, ancora prima della pandemia. Ci si aggrappa all’appartenenza al proprio gruppo. La paura che provano diventa violenza verso gli altri tirando fuori un coltello, rubando oggetti e minacciando. Gli adolescenti, se non riescono a tradurre la sofferenza in parola e non trovano adulti che li aiutino a elaborarla, è probabile che agiscano. Si attacca il soggetto fragile perché si deve attaccare la propria fragilità. Non sono fenomeni nuovi, ma credo che ora ci siano dei significati diversi. Tra questi appunto la percezione dell’assenza di un futuro in una società con degli ideali molto elevati che rischiano di crollare durante l’adolescenza. Da qui ci si deve interrogare ed elaborare del le politiche giovanili che vadano incontro ai nuovi bisogni dei ragazzi»>.

Sembra che il consumo di droga negli adolescenti sia in aumento…

«Sono consumi che hanno perso la loro valenza trasgressiva. Oggi le droghe utilizzate sono lenitive, antidolorifici e anestetici. I ragazzi sentono di non essere mai all’altezza quindi queste sostanze servono a lenire il dolore. Anche queste bevute alcoliche fino a perdere il controllo non sono trasgressive: hanno l’effetto di lenire una sofferenza mentale»>.

Cosa è cambiato nella logica del branco?

«Il potere orientativo dei coetanei è aumentato ovunque: i timidi si ritirano perché non sono famosi tra i coetanei e l’appartenenza al gruppo dà un senso d’identità. Il problema è che il gruppo può essere distruttivo, mettendo in scena atti di violenza senza un fine. La mente collettiva esiste: pensano spesso di commettere un reato di gruppo. I coetanei sono diventati l’interlocutore privilegiato perché sono saltate altre figure di riferimento. Oggi conta essere popolare, sembra l’unica cosa che ti possa da re un senso»>.

Quale può essere il ruolo di Internet in questo quadro?

«Ci tengo molto a precisare che non è Internet a fare i modelli ma la società individuali sta e competitiva in cui viviamo. Siamo noi adulti a usare Internet e a riempirlo di contenuti. Siamo sempre noi adulti a dire poi agli adolescenti che loro ne fanno un uso improprio e che dovrebbero usarlo meno. Io invece vieterei l’uso di Internet solo dai 30 anni in su. Dobbiamo accettare che in questo ambiente i ragazzi dovranno costruire il loro processo di crescita. Trovo assurdo che in questi giorni si discuta della maturità senza porsi subito la domanda: sono tutte prove collegate ad Internet? La povertà è anche digitale: la pandemia ci ha fatto scoprire che molti giovani non possono usufruire del collegamento alla rete, anche se dovrebbe essere un diritto»,