E dal Giappone importiamo i giovani sepolti vivi

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Riportiamo l’articolo di Enza Cusmai pubblicato su Il Giornale del 04 Maggio 2016 sull’attuale fenomeno degli hikikomori, con il contributo di Matteo Lancini.

C’è chi si sente inadeguato, chi soffocato dall’antagonismo nell’ambito scolastico. C’è chi ha subito qualche trauma familiare o chi ha qualche deficit e si sente rifiutato dai coetanei. Tutti gli hikikomori, che significa farsi da parte, hanno una ferita da rimarginare. E la curano isolandosi dalla società. Il loro mondo è una stanza da cui non vogliono più uscire. Passano il giorno e la notte tra videogiochi, computer e tv. Le normali esigenze diventano opzionali: mangiano e si lavano poco, si fanno lasciare il cibo fuori dalla porta dai genitori o si arrangiano da soli con scatolette acquistate nei supermercati notturni. Solo rinchiusi tra quattro mura si sentono al sicuro. Si tuffano anima e corpo nella rete, la loro vera ancora di salvezza.

Roba dell’altro mondo, del lontano Oriente? No, no, lì in Giappone siamo già alla patologia diffusa su larga scala (quasi un milione di ragazzi chiusi in una scatola di cemento) il fenomeno dilaga anche in Italia. Le stime parlano di 80 mila casi in Francia, in Italia di 20-30mila giovani, soprattutto maschi, adolescenti dai 13 anni in su. Le femmine reagiscono al malessere con altri strumenti, come l’anoressia. I maschi preferiscono farsi del male usando strumenti di alta tecnologia. Ma il risultato non cambia: si isolano, spesso si ammalano di depressione e a volte soffrono di denutrizione.

La prima indagine organica sugli hikikomori italiani è diventata un libro «Il corpo in una stanza». E nel centro milanese Il Minotauro, che da sempre studia il disagio adolescenziale, uno staff di psicoterapeuti lavora per «stanare» questi giovani anche con l’aiuto dei genitori. Il presidente della Fondazione, Matteo Lancini, psicoterapeuta spiega: «La fascia d’età più a rischio è quella dei ragazzini tra i 13 e i 16 anni. Il problema di questi ritirati sociali è legato al crollo degli ideali infantili e alle difficoltà dei compiti dell’adolescenza spiega l’esperto Vivono un disagio relazionale, non riescono a tollerare un’area di competizione all’interno della scuola. L’esordio dell’isolamento è spesso nel primo anno delle superiori, ma ci sono alcuni che si isolano alla fine del liceo. Insomma, è delicato il passaggio istituzione nuovo, è lì che arriva il fallimento personale».

Molti però escono dal tunnel della solitudine. «Con la fine dell’adolescenza spesso riprendono il percorso anche di studio – spiega Lancini – Più difficile il reinserimento per i giovani adulti. Ma per tutti va detto che non è la connessione a Internet che li disconnette dalla realtà, ma sono le problematiche personale legate all’incontro coi coetanei, alla sofferenza della realtà scolastica e sociale. Neppure tra di loro c’è confronto. «Non c’è una community dei ritirati sociali: se qualche incontro avviene è occasionale. Si incrociano attraverso le chat di giochi, durante le battaglie virtuali».

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