Condividiamo l’articolo di Matteo Lancini sul Giornale di Brescia in cui approfondisce il ruolo della suola e dell’adulto per gli adolescenti in questo periodo di pandemia.

Venticinque anni addietro, a margine di un convegno, un funzionario del Ministero della pubblica istruzione si avvicinò e mi confidò, con tono rassegnato, che una vera riforma della scuola secondaria in Italia non sarebbe mai stata realizzata. Così è stato e così probabilmente sarà. Nonostante qualcuno sostenga che vi siano state fin troppe riforme, in realtà niente di sostanziale rispetto alle straordinarie trasformazioni avvenute in qualunque ambito culturale e sociale e alle esigenze evolutive di figli e studenti nati nel nuovo millennio. Così la scuola è ancora oggi organizzata intorno allo strapotere delle singole materie, o discipline, che non comunicano tra loro e la dispersione scolastica, prevalentemente maschile, è sempre più drammatica. Ormai rassegnati a questa realtà, è piombata su di noi l’emergenza sanitaria. Come ogni situazione di crisi dovremmo impegnarci a trasformarla in un’occasione di crescita, anche a scuola. Per farlo è necessario provare a lavorare in direzioni che, ovviamente, devono essere declinate in funzione di ogni singola realtà. Non dimentichiamo che ogni istituzione scolastica ha una propria cultura affettiva che dipende da molte variabili. Ogni scuola è come una famiglia, portatrice di una storia unica che merita rispetto e non generalizzazioni. Abbiamo bisogno di una scuola davvero autorevole che punti più sulla relazione che sul controllo. Serve un approccio che consideri le caratteristiche affettive e relazionali degli adolescenti odierni, facendoli sentire protagonisti attivi, non infantilizzandoli né passivizzandoli. Una scuola che insegni alle nuove generazioni a chiedere, a porre agli adulti domande, meno focalizzata su una visione dell’apprendimento declinata sull’asse stimolo-risposta, giusto-sbagliato.

Relazione educativa. Trovo particolarmente drammatico che durante il lockdown alcuni insegnanti abbiano chiesto ai ragazzi di bendarsi prima dell’interrogazione. Mentre le sirene delle ambulanze e i cortei funebri gestiti dai militari segnavano la quotidianità, alcuni adulti si preoccupavano di interrogare i nostri figli e studenti come se fossimo a Guantanamo, pur di preservare il voto fatto a sua santità il voto numerico, senza il quale sembra non si possa valutare o fare scuola. La pandemia non ha fatto altro che confermare la necessità di una scuola che aiuti gli adolescenti a narrare le proprie storie, a dare un significato agli avvenimenti della vita, a porre e porsi domande utili alla realizzazione del proprio percorso di crescita. Serve una proposta formativa pronta ad accogliere gli errori e le mancanze individuali. Una relazione educativa capace di dare senso ai fallimenti che, come sappiamo, sono parte costituente della storia di ogni persona e che possono trasformarsi in un’occasione di crescita se sostenuti dai propri adulti di riferimento. Ma educare al falli mento non ha niente a che vedere con l’offerta di sguardi di ritorno svalutanti e la somministrazione di esperienze di mortificazione.

La pandemia ha confermato che la scuola è un baluardo dei più deboli. Il luogo dove chi è più svantaggiato può trovare ristoro affettivo, relazionale e prospettive volte a ridurre le diseguaglianze. Anche digitali. Appena possibile si dovrebbero cablare tutte le scuole. Si deve garantire l’accesso a internet a tutti, educare a un utilizzo consapevole della Rete e promuovere la saggezza digitale. Quando l’emergenza sarà meno drammatica mi auguro che l’attenzione si sposti dalla didattica a distanza a quella in presenza che annette internet. Una scuola che preveda l’utilizzo della Rete in classe sotto la guida dei docenti. Anche le prove di verifica degli apprendimenti dovranno prevedere la possibilità di utilizzare internet. È ora di iniziare ad organizzare un esame di maturità con connessione illimitata, consentita a tutti gli studenti italiani, altro che continuare con la litania del sequestro dello smartphone all’ingresso dell’edificio scolastico e nelle fasi di apprendimento pomeridiano a casa. Una scuola aperta connessa tutto giorno, ambiente elettivo di crescita e di contrasto alla povertà educativa odierna, fatta d’individualismo, competizione e ricerca di successo ad ogni costo.

La sfida. Il Covid ha smascherato definitivamente contraddizioni già evidenti. Adulti che usano internet e i mass media in modo pervasivo e dissennato e adolescenti che invece dovrebbero limitarsi. Quando si potrà riaprire la suola, sarebbe bello non chiuderla mai più: aperta e connessa sino a sera, sabato e domenica compresi. Oggi tutti gli adulti, insegnanti inclusi, hanno dei debiti. Gli studenti hanno crediti formativi, relazionali, educativi da riscuotere. Consegniamo loro il futuro e non una scuola che pensa prevalentemente a raccogliere voti e al recupero degli apprendimenti. La pandemia rappresenta una straordinaria occasione formativa e non un avvenimento che ritarda gli apprendimenti delle materie.