Condividiamo l’articolo di Patrizia Tossi pubblicato su Quotidiano Nazionale con intervista a Matteo Lancini (23 settembre 2026).
23 Settembre 2026
“I ragazzi si radicalizzano in rete per fuggire dagli adulti”. Lancini: ecco cosa c’è dietro alle aggressioni a scuola
Lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini: “Mamma e papà sono i primi spacciatori di smartphone. Abbiamo sequestrato i nostri figli: li controlliamono e localizziamo. Ma non sappiamo riconoscere i loro sentimenti”
di Patrizia Tossi
Milano, 23 settembre 2026 – Fermato dai compagni di classe mentre pianificava l’aggressione con un coltello alla prof di italiano. Messaggi in rete scambiati su un gruppo Telegram, i coltelli nascosti nella bagno della scuola e “nessun segno di disagio” (apparente). Il caso di Lamezia Terme è solo l’ultimo episodio di una violenza che sconcerta – dopo le aggressioni ‘fotocopia’ di Roma, Trescore Balneario (Bergamo) e San Vito Lo Capo (Trapani) – e convolge il mondo degli adulti. Senza rendersi conto, però, che “è proprio dalla scuola, dai genitori e dalla responsabilità delle istituzioni che il germe della rabbia e dalla paura inizia a crescere”, contagiando le nuove generazioni.
È il messaggio forte e in controtendenza lanciato dallo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini, esperto di giovani, presidente della Fondazione Minotauro. Lancini ha appena pubblicato il libro ‘A volte ti amo’, una riflessione sulle relazioni che coinvolgo tutti, adulti e ragazzi. “Ed è da lì che bisogna partire non solo per capire, ma per fare una vera e concreta prevenzione”.
Dopo l’accoltellamento di Roma, si è parlato della ‘True Crime Community’ e il suolo di presunti ‘suprematisti’ che agganciano i ragazzi in rete. È davvero così?
“La radicalizzazione in rete delle nuove generazioni è in realtà un fenomeno di ritiro sociale prevalentemente maschile. Il mondo digitale e quello reale sono diventati una sola cosa: non esiste più la realtà online, siamo di fronte alla vita ‘Onlife’, come ha spiegato il filoso Luciano Floridi. Le nuove generazioni si ritirano dalla vita reale e si rifugiano in rete, dove trovano di tutto: dalla ‘manosfera’ (una comunità antifemminista dai toni forti, ndr) ai gruppi misogeni, aggregazioni giovanili di ogni tipo e anche un mondo di adulti che manipola. Ma il vero tema è un altro: noi adulti abbiamo costruito una società fondata sui social, con valori sbagliati e il malessere dei giovani è il risultato dei nostri errori. La rete è un rifugio, non è la causa suprema del problema”.
Non è la rete che spinge alla violenza, quindi?
“La rete riesce a manipolare di fronte alle fragilità, certo, ma in molti casi è vero il contrario. Alcuni ragazzi, se non avessero il contenimento di videogiochi e social, dove potersi sfogare e confrontare, agirebbero con ancora più violenza al di fuori, nella vita di tutti i giorni. Non serve demonizzare la rete: i primi spacciatori di telefonini, social network e videogiochi sono mamma e papà. Non esistono evidenze scientifiche vere che parlano di dipendenza dalla rete. Esiste una dissociazione comportamentale e la rete è solo una conseguenza, un riparo che può apparire falsamente sicuro”.
Un tema ampio da affrontare alla radice, quindi. Possiamo dire che il disagio giovanile è l’altra faccia della medaglia di una responsabilità delegata da parte degli adulti?
“È così, noi adulti abbiamo abdicato alla responsabilità. Bisogna spegnere i social, ma nessuno ha il coraggio di farlo. In un’audizione in Senato avevo proposto di vietarli a tutti, da zero a 99 anni. Non è una provocazione. Viviamo in un mondo dove il successo si costruisce sui social: abbiamo insegnanti influencer, politici che inseguono la rete, genitori che filmano i figli in ogni istante. Tutto parte da lì: abbiamo abituato i nostri ragazzi che la vita è online e lì i giovani si sono ritirati”.
Stiamo insegnando ai nostri figli che l’onlife è la vera realtà, se non si è in rete l’esistenza non esiste…
“Oggi tutto è lecito. Si inizia filmando la recita delle elementari e si finisce mostrando ai ragazzi che tutto può essere ripreso con lo smartphone, anche le scene di violenza. Abbiamo le chat di classe dove i genitori scrivono qualsiasi cosa, senza filtri, così come sui social. Continuiamo a dire che bisogna prevenire la violenza giovanile, ma non centriamo il punto: i ragazzi si radicalizzano in rete perché hanno davanti adulti incapaci di riconoscere e gestire le emozioni”.
Adulti che non ascoltano e comprendono perché hanno paura?
“La generazione adulta non sa più stare nell’emozione che non sa gestire. Paura, rabbia, tristezza: sono sentimenti normali, ma che oggi fanno paura. Quindi non solo gli adulti li nascondono a se stessi e non ne parlano, ma non sanno più riconoscerli nemmeno nei figli. E a quel punto la relazione diventa complicata, inesistente, fino a scomparire. Il popolo degli adulti si sta suicidando socialmente”.
Mamma, papà e insegnanti non capiscono più gli adolescenti: è per questo che i figli si rifugiano in rete?
“Oggi c’è un fenomeno preoccupante: se gli adulti non sono in grado di comprendere il malessere e le emozioni, molti ragazzi ‘parlano’ e si ‘confrontano’ con l’IA. Le chatbot di intelligenza artificiale stanno assumendo una funzione quasi materna: è il luogo dove i ragazzi si sentono liberi di mostrare le proprie emozioni senza sentirsi giudicati. Se gli adulti si vergognano di quello che provano e fuggono dalla relazione, l’IA assume un ruolo di surrogato”.
Parliamo di aggressioni avvenute nel mondo della scuola. Cosa ne è stato del ruolo formativo degli insegnanti? Serve una riflessione profonda anche in quell’ambito?
“Il ragazzino di Trescore Balneario che a marzo ha aggredito la prof aveva scritto una lettera intitolata ‘La soluzione finale’. Aveva raccontato quanto si sentisse male e sopraffatto dalla scuola. Si sentiva vessato. Aveva scritto di essere DHD, ma di sentirsi catalogato dall’insegnante come un iperattivo, quindi non visto e capito. I segnali per comprendere erano tutti in quella lettera, e anche la soluzione. Ma nessuno ne ha parlato: la scuola, gli adulti, i giornali, tutti hanno nascosto le emozioni scomode”.
Il suo ultimo libro ‘A volte ti amo’ parla di relazioni. Che senso ha la coppia oggi per gli adolescenti e i giovani adulti?
“I ragazzi cercano relazioni più autentiche del passato, ma non riescono ad averle con gli adulti. Abbiamo sequestrato il corpo dei nostri ragazzi: non possono andare a scuola da soli, li controlliamo col cellulare, li geolocalizziamo. Poi quando lo fanno loro, parliamo di devianza. Gli adulti non sanno più vivere una relazione autentica, fuggono dagli altri e quindi anche dai figli. Stiamo facendo credere alle nuove generazioni di avere una dipendenza affettiva, li spingiamo a pensare che sentirsi solo in mezzo agli altri o soffrire per la fine di un rapporto sia sbagliato. E allora inizia la dissociazione comportamentale, i ragazzi scappano dalla vita perché si sentono diversi. Manca un contenitore sociale sano, come un tempo”.
Quindi come si previene questa deriva di violenza?
“Bisogna tornare alla legittimazione delle emozioni. Partendo dall’educazione affettiva, dal riconoscimento delle emozioni e da un nuovo senso di responsabilità da parte degli adulti. L’affettività e il contrasto alla violenza di genere non sono didattica, ma una delicata e autorevole identificazione con le emozioni e i vissuto delle nuove generazioni. Demonizziamo la rete, ma poi stiamo costruendo un mondo violento, fatto di guerre, politici che litigano in tv e non riescono ad avere un confronto. È da qui che parte ogni cosa”.

