In famiglia con lo smartphone: tutti insieme (silenziosamente)

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Riportiamo l’articolo di Cristina Marrone pubblicato su Corriere.it con l’intervista a Laura Turuani sul rapporto di genitori e figli con la tecnologia.

 

Ma quanto tempo passano oggi i ragazzi incollati a tablet e telefonini? E quali conseguenze può avere per la loro crescita? Il tema, da tempo, tormenta i genitori. Che devono accettare un dato di fatto: la tecnologia ormai fa parte della famiglia e ha cambiato il modo di comunicare. Non necessariamente in meglio. Tra gli esperti che considerano negativo l’impatto del digitale sulle relazioni c’è Sherry Turkle, sociologa e psicologa americana che anni fa ha dato a un suo libro un titolo che non ha bisogno di spiegazioni: Alone together, «Soli insieme». Un recente studio inglese pubblicato sul Journal of Marriage and Family ha fatto il punto sulle difficili interazioni tra membri della stessa famiglia. Killian Mullan, docente di Sociologia e politica alla Aston University e Stella Chatztheochari, che insegna sociologia all’Università di Warwick, hanno analizzato i «diari del tempo» raccolti da genitori e bambini fra i gli 8 e i 16 anni nel 2000 e poi nel 2015, periodo in cui è esploso il cambiamento tecnologico. Con sorpresa è emerso che i ragazzini trascorrevano più tempo a casa nel 2015 rispetto al 2000: una mezz’ora in più, un’ora tra i 14 e i 16 anni. Peccato che abbiano anche ammesso di essere «soli» in questo tempo. E i dati hanno mostrato che figli e genitori hanno trascorso la stessa quantità di tempo (circa 90 minuti) utilizzando i dispositivi mobili quando erano insieme.

La tentazione del controllo

Incuriosisce che gli adolescenti siano diventati più casalinghi.«C’è molta più preoccupazione per la sicurezza dei figli, quindi si cerca di iper proteggerli , anche se alla fine si rischia di renderli più fragili» ipotizza Laura Turuani, psicologa e psicoterapeuta del centro milanese Il Minotauro, che si occupa di disagio adolescenziale e dipendenze. «Il “codice materno” richiede vicinanza e controllo e i mezzi di oggi consentono forme di sorveglianza che nessuna generazione precedente poteva immaginare. In ogni momento, grazie alle app di geolocalizzazione, sappiamo dove sono i ragazzi o che social stanno usando. Il registro elettronico comunica in tempo reale i voti: un ragazzo che prende un 5 non può neppure provare a tenerlo nascosto, nella speranza di recuperare con un 7. Più facile che quando torna a casa trovi già a disposizione il professore per le ripetizioni, sempre nell’ottica di anticipare i bisogni. Il mondo diventa sempre più iper protetto, a partire dall’infanzia. Gli scivoli dei bambini sono fuori norma senza i tappetini anticadute; è solo di pochi mesi fa la polemica sul fatto che le scuole medie non volevano lasciare uscire da soli neppure i ragazzi di terza. Se uno studente sarà bocciato, oggi arriva a casa una lettera degli insegnanti che invita i genitori a prepararlo alla brutta notizia».

Frammenti di dialogo

La casa, dunque, è vista come un ambiente sicuro. Ma almeno tra le camerette bunker e la cucina passano le informazioni? «Si comunica in modo diverso» aggiunge Turuani, che è anche co-autrice de Il ritiro sociale negli adolescenti. La solitudine di una generazione iperconnessa (Cortina editore). «Il dialogo è spezzettato, spesso scritto o con messaggi vocali nel corso della giornata. Si resta costantemente in contatto. Difficile arrivare a casa la sera e scoprire che è successo qualcosa di importante in giornata, ci si è mandati di sicuro un messaggio prima». Questa forma di comunicazione non dovrebbe sostituirsi del tutto al tradizionale “faccia a faccia”, anche se la comodità degli smartphone condiziona. Niente di troppo diverso dalla vecchia e diffusa abitudine di cenare con la tv accesa o di parcheggiare i bambini davanti ai cartoni per consentire. Tuttavia nello stare “soli insieme” di oggi c’è una differenza rispetto alla visione della tv di un tempo: prima davanti allo schermo si stava in un luogo e per un periodo circoscritto, oggi siamo sempre connessi, raggiungibili ovunque e quindi è facilissimo «distrarci».

Non è colpa dei ragazzi

Un errore frequente è colpevolizzare i ragazzi, che non parlerebbero perché troppo presi dai loro cellulari. Sicuri che sia così? Allora come si spiega che sono spesso proprio loro a chiedere ai grandi di spegnere il telefono o il pc quando sono insieme? «I genitori sono modelli di identificazione e devono essere coerenti» ricorda Turuani. «La mail di lavoro sottrae lo stesso tempo di un messaggio della fidanzata, il risultato emotivo è lo stesso per il figlio: vi state occupando di altro, non di lui. In molti Paesi i componenti di una famiglia cenano separati, chi davanti alla televisione, chi al computer, chi a studiare, ma sarebbe importante mantenere la tradizione di riunirsi a tavola e passare una mezz’ora insieme, per condividere le esperienze della giornata e rafforzare il legame affettivo. Preservare alcuni momenti familiari senza tecnologie è il primo passo per concedersi un tempo “sconnesso” che va riempito con scambi di opinioni e confidenze». Senza illudersi però, che basti spegnare i dispositivi digitali per avere una buona comunicazione in casa.

 

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