Condividiamo l’intervista di Monica Coviello a Matteo Lancini per Vanity Fair.

Internet, i videogiochi, i social. Alzi la mano quel genitore che, in fondo, non li considera una perdita di tempo, sottratto alla scuola, alle relazioni faccia a faccia, allo sport e a una crescita sana. Ma è davvero così? Ne abbiamo parlato con lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini, autore, insieme a Loredana Cirillo, del libro «Figli di internet», appena uscito per le edizioni Erickson.

Per proteggere i nostri figli dai rischi della Rete, ha senso cercare di tenerli lontani da internet?
«Tenere i figli lontano da internet non è come tenerli lontano dalle droghe: se un ragazzo entra in contatto una volta con gli stupefacenti, un genitore si augura che non accada mai più. Internet – dobbiamo finalmente capirlo – fa parte del sistema di crescita, del mondo che abbiamo creato. Oggi si usa molto questa definizione di “onlife”, per testimoniare che non c’è più una netta distinzione tra vita reale e vita virtuale. Detto questo, è chiaro che bisogna avvicinare in maniera consapevole i nostri figli alla Rete».

A quale età i bambini possono avvicinarsi al web?
«Molto spesso si ricercano delle ricette ideali, che dovrebbero essere adatte a tutti, mentre io penso che ogni ragazzo e ogni ragazza abbiano bisogno di risorse diverse, in base al proprio funzionamento. In ogni caso, l’utilizzo significativo dovrebbe cominciare a partire dalla preadolescenza e dall’adolescenza (anche se pure nelle fasi precedenti c’è qualche contatto, e i bambini non dovrebbero mai essere lasciati da soli mentre fanno questa esperienza)».

Fino a che punto il genitore deve e può controllare la vita virtuale dei figli?
«Il controllo, alla lunga, sia nella vita reale che in quella virtuale, non è la modalità ideale per crescere gli adolescenti, perché, alla fine, le scelte le dovranno fare loro. Se un genitore controlla il figlio fino a quando diventa adulto, non vuole dire che ha fatto bene il proprio lavoro, anzi: c’è qualcosa che non va nel figlio, che anche quando è cresciuto accetta di sottostare al controllo dei genitori».

Quali sono i campanelli d’allarme che devono allertare un genitore?

«Non è solo – come si pensa spesso – una questione di ore passate davanti allo schermo. Bisogna invece valutare se della Rete si fa un uso solitario o se internet aiuta a coltivare la socializzazione: è preferibile che sia i videogiochi che i social promuovano il rapporto con gli altri. È invece più problematico l’uso legato alla cosiddetta information overload, la ricerca continua di informazioni o di video, di contenuti senza un’interazione. Ci sono anche casi di ritiro scolastico o sociale, però non è che, togliendo internet, i problemi si risolvano. Questa è una semplificazione degli adulti: bisogna invece capire i motivi della difficoltà che un ragazzo può incontrare a partecipare a iniziative di gruppo o a trovare nuovi amici».

«Il punto non è che facciano bene o male in senso assoluto, ma quale è il significato che assumono nella storia del ragazzo che li usa, quale funzione svolgono nei processi di sperimentazione delle proprie dotazioni corporee e relazionali. Oggi le piazze virtuali (i social) e le battaglie virtuali (i videogiochi) vanno a sostituire i “giochi di cortile”, quegli spazi di gioco spontaneo – cortili, giardini – che gli adulti hanno voluto chiudere da diverso tempo».

I social aiutano gli adolescenti a risolvere le tipiche crisi dell’età oppure le inaspriscono?
«I social oggi rappresentano l’interazione fra incontro reale e virtuale. Ci sono dei rischi nei social, proprio come ce ne sono nel mondo reale. Ci può essere qualcuno che ci fa soffrire, che non ci fa sentire apprezzati, può capitare di non avere successo nel gruppo come nella vita virtuale. Oggi non ha più senso considerare internet “il virtuale”: dipende da che uso se ne fa. È un ambiente più ampio all’interno del quale si fanno diverse esperienze».

«I genitori, pur vivendo tutti i giorni una vita reale e virtuale intrecciate in una unica dimensione, continuano a guardare internet come se fosse qualcosa di distaccato dal reale, ma solo per quanto riguarda i loro  figli adolescenti. In Italia, dai 19 anni in su, cioè quando finisce l’adolescenza, se non usi internet sei spacciato in ogni campo: non puoi iscriverti all’università, avere relazioni, entrare in un campo lavorativo. Ma dai 18 anni in giù internet viene considerato una dipendenza: è una delle fragilità degli adulti. Su internet vengono proiettate le angosce della società che abbiamo creato: se non hai successo non sei nessuno e le risse sono all’ordine del giorno. Ma sono gli adulti a promuovere questa cultura, e non solo sul Web, ma anche attraverso le trasmissioni televisive».

E le amicizie ne beneficiano o ne escono impoverite?
«Già dalle prime ricerche sul tema era emerso che i ragazzi che socializzavano di più a scuola erano quelli che lo facevano anche il pomeriggio. Questo ci aveva colpito molto: secondo uno stereotipo diffuso, chi usa internet è il “timido”, che altrimenti avrebbe relazioni reali. Invece chi ha più capacità relazionali è anche più attivo nelle vite social. Le amicizie fuori dal controllo degli adulti arricchiscono, hanno una funzione evolutiva».

È necessario un controllo su ciò che i nostri figli pubblicano?
«Non è questa la modalità che davvero funziona: oggi più che mai dovremmo annettere internet al quotidiano, parlarne la sera a tavola. È solo integrandolo nella vita, anche scolastica, che potremo aiutare i ragazzi a farne un uso migliore o a segnalarci se c’è una sofferenza, se c’è un uso sproporzionato. Le regole ferree e le formulette imposte servono solo a contenere una fragilità adulta senza precedenti».