Condividiamo l’intervista del blog bottegadiidee.com a Matteo Lancini.

Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, è presidente della fondazione Minotauro di Milano. Insegna presso il dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca e presso la facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica di Milanoe con Raffaello Cortina Editore ha scritto la sua ultima fatica: L’età traditaAnzitutto grazie di questa opportunità. Come prima cosa vorrei chiederle una panoramica sul suo percorso: per dirla sinteticamente, come è arrivato al ruolo che occupa ora – Presidente della Fondazione Minotauro – e attraverso quali tappe.
Quand’ero giovane si tendeva a studiare psicologia, se ci si trovava a Milano, attraverso una laurea in Filosofia; poi per alcuni cambiamenti a livello politico, per accedere alle scuole di Psicoterapia, ce ne voleva una in psicologia. Così, dopo la Laurea in Filosofia a Milano e in Psicologia a Padova, ho fatto la scuola di specializzazione e sono diventato psicoterapeuta. Ma già sin dalla primissima Laurea ero entrato in contatto con la Fondazione Minotauro, in particolare con i lavori di Gustavo Pietropolli Charmet, e così (dopo qualche anno di collaborazione) sono diventato socio fino alla elezione, di qualche anno fa, a Presidente della Fondazione.

Ci dice di cosa si occupa di preciso la Fondazione?
Allora, innanzitutto bisogna dire che il Minotauro è un istituto che comprende una cooperativa e una fondazione all’interno della quale ci sono varie attività: un’attività di consulenza e psicoterapia, una scuola di specializzazione in Psicoterapia riconosciuta dal Ministero della Ricerca, dei master, e tutta una serie di attività formative e di progetto che si svolgono fuori dall’associazione, che spaziano da conferenze per presentare libri di nostri autori fino a sportelli di assistenza psicologica nelle scuole, e poi forse va detto che nel corso degli anni è diventata molto nota per una serie di servizi della adolescenza e dell’età fra i 12 e i 24 anni.

Io e lei, ricorderà, ci siamo conosciuti a Bookcity, in occasione anche della presentazione del suo ultimo libro, L’età tradita. Vorrei dunque domandarle due cose: il perché del titolo, che trovo molto interessante, e poi un’opinione. Nella quarta di copertina si legge che “l’Autore delinea il ritratto più aggiornato di giovani e giovanissimi e indica agli adulti la strada da percorrere per svolgere al meglio il proprio ruolo e smettere di guardare gli adolescenti senza vederli”. Ecco, se noi dovessimo dire ai lettori di Bottega di idee qual è la strada da percorrere di cui si parla, che cosa dovremmo dire?
Che l’adultità oggi corrisponde alla capacità di guardare l’altro, o meglio di identificarsi con chi si ha di fronte, cioè con le esigenze attuali e future. È società molto individualista dove la maggior parte degli interventi degli adulti non si identificano con i soggetti che si hanno davanti. Il grosso tema su cui punto ultimamente è la fragilità adulta che ha peso gli adulti poco credibili nel loro rapporto coi ragazzi. Il tema, allora, è questo: ti sei chiesto chi hai davanti o sei troppo preoccupato nel sentire di aver fatto qualcosa che ti fa credere di risultare autorevole come papà, mamma, insegnante, e che tenga in piedi la tua idea di istituzione e non il reale bisogno di chi hai davanti? La vera questione, e qui il titolo, è una sorta di fragilità adulta che propone dei modelli di una società che nel libro delineo e che, con l’arrivo dell’adolescenza, non è in grado di sostenere e di vedere davvero anche le conseguenze dei miti affettivi, culturali e sociali all’interno dei quali sono cresciute le nuove generazioni.

Volevo chiederle, anche alla luce della prospettiva che c’è nel suo libro, quale può essere il ruolo del web – e di un web di un certo tipo – per rendere gli adolescenti più interiormente ricchi e pronti a sostenere le difficoltà della vita – anche perché, come evidente, spesso del web si parla solo nelle sue conseguenze più deteriori per bambini e giovani adulti.
Penso che il web sia diventato un’ambiente all’interno del quale oggi si fanno delle esperienze che si intrecciano con quelle reali. Dal punto di vista della creatività, che è assolutamente fondamentale nella adolescenza, ognuno grazie al web può lasciare il proprio segno: lei ha messo in piedi un blog, altri possono fare musica e molte altre cose ancora, e dunque si può utilizzare in un certo senso la rete –  perché la rete è la vita: si sono ormai mischiate la realtà. Poi, ovviamente non per forza sul web bisogna mettere in piedi alcunché di creativo (anche perché l’adolescenza in sé è un processo creativo), e in ogni caso ciascuno di noi troverà questa creatività procedendo verso la direzione del proprio vero sé – e questo non (o non esclusivamente) grazie alla rete; in tal senso la rete è la vita: fa parte dell’esistenza. E’ importante dire che Internet non è un oggetto, come un coltello, per cui si può dire “dipende da come lo usi”, ma è un ambiente – l’ambiente dove i giovani come lei sono cresciuti.

Senta, qualche anno fa stavo intervistando uno psicoterapeuta di Jonas, il quale mi stava dicendo che una delle difficoltà principali della psicoterapia sia il fatto che si studia la teoria su testi del passato che non contengono riferimenti all’età attuale, in cui ci sono disturbi specifici come l’hikikomori che anni fa non poteva nemmeno essere pensato. Lei cosa ne pensa? E come è possibile, all’interno della complessità del reale, identificare un nuovo sintomo, e poi tracciarne un superamento?
Il fatto che la psicoanalisi nasca nella fine del secolo 1800 è chiaro che implica tener conto del contesto sociale in cui si lavora. La psicoanalisi si modifica nel corso del tempo, e si modifica il concetto di normalità e patologia; e quindi è chiaro che cambi: ci sono patologie che sono passate dall’esserlo al non esserlo più, anche per quanto riguarda l’ambito psichiatrico, per esempio. Poi, parlando specificamente dell’hikikomori, è senz’altro vero – come diceva lei – che senza Internet non avremmo avuto il fenomeno del ritiro sociale, ma dobbiamo anche dire che non è Internet ad averlo causato, il ritiro sociale. Forme di ritiro sociale c’erano anche prima di Internet – penso all’eremitaggio, per esempio. In definitiva: il concetto di normalità e patologia si modifica nel tempo, ciò che apprendiamo dai libri va senz’altro riadattato all’età contemporanea, ma dobbiamo anche dire che nei libri del passato si trovano parecchi spunti importanti per meglio capire il concetto di normalità e patologia. La tematica è molto complessa, come vede.

Andiamo nello specifico: come siamo passati dall’eremitaggio all’hikikomori?
Dicendo sin dall’inizio che io non ho nessuna competenza per fare qui un excursus storiografico sull’eremitaggio, posso senz’altro dirle che il ritiro sociale è un fenomeno molto specifico. Il fenomeno nasce in Giappone, in una società molto competitiva e dopo, con caratteristiche proprie, si sposta nella nostra società. A mio avviso il ritiro sociale al maschile è l’inverso, dei disturbi alimentari al femminile – nel senso che ci segnala, data la sua diffusione, qualcosa anche sugli esagerati modelli ai quali abbiamo ancorato le nostre generazioni. L’anoressia e il ritiro sociale, allora, ci dicono qualcosa delle grandi aspettative prestazionali che sono richiesti ai ragazzi; in un certo senso, il ritiro sociale è un suicidio sociale e in qualche cosa, anche se le diversità sono molte, ha delle caratteristiche simili – anzi è tentativo di non impazzire di dolore e non suicidarsi, il che è dovuto all’accentuato individualismo, alla caduta della comunità educante, e a tanti altri fattori. Il ritiro sociale poi viene erroneamente associato alla dipendenza da Internet, mentre la realtà è che i ritirati sociali più gravi non riescono ad accedere neanche alle possibilità offerte da Internet, che (in questi casi) ne è la salvezza, non la dipendenza.

Sappiamo che c’è una guerra alle porte dell’Occidente; l’anno scorso, e per quasi due anni di fila, invece non s’è parlato d’altro che del Covid: è un’età difficile, confusionaria, piena di difficoltà per ciascuno di noi. Quale può essere il ruolo della psicologia in questo momento così particolare?
La psicologia governa il mondo, nel senso che i vissuti, le rappresentazioni e gli affetti governano le scelte dell’individuo e il modo di interpretare la realtà; in questo senso ogni scelta, ogni affetto, ogni pandemia o guerra che sia ha a che fare col funzionamento psicologico. La psicologia è ovviamente dappertutto, e la realtà è che governa il mondo anche se, o forse proprio perché, non sempre è misurabile.

Ovviamente concordo sul fatto che la psicologia sia dappertutto. Secondo lei invece come mai la politica continua a sottovalutarne l’importanza? E, posto che sotto questo rispetto c’è molto miglioramento, anche a livello del senso comune sappiamo che vigono ancora molti pregiudizi in tal senso.
Diciamo innanzitutto che esiste sempre meno, e che dobbiamo peraltro parlare di psicologi– ce ne sono tante, e diverse. Il sentire comune può essere legato anche ad apparenze sociali, e capisco bene la difficoltà del trattare la morte – che per esempio è stata spettacolarizzata, messa in numero, non affrontata e rimossa sia dagli adulti che dai ragazzi: stando sull’esempio del ritirato sociale, così come lui si sottrae dalla socialità, altrettanto noi ci sottraiamo dal trattare sul serio la morte nella sua complessità, a causa della paura che ne abbiamo.

Le chiedo le ultime tre cose molto velocemente: qual è il rapporto fra i riflettori, l’essere personaggi pubblici, e il fare bene il proprio lavoro di psicoterapeuti: l’uno aiuta l’altro, oppure lo ostacola? Come lo cambia?
È senz’altro vero che la sovraesposizione del tuo pensiero può generare delle conseguenze – le faccio un esempio recente: sono stato intervistato da un’importantissima testata e poi mi sono ritrovato su Twitter un virgolettato con una frase che non avevo mai detto… Insomma: più dici cose al mondo, più sei sovraesposto, e più haters hai – è parte dell’effetto collaterale. E ciò è anche uno dei motivi per i quali il Minotauro ha una pagina social mentre io non ancora.

Siamo vicini alla fine. Tre parole per definire l’età tradita e tre per descrivere i suoi protagonisti, cioè gli adolescenti.
Devo dirle subito che credo siano indissociabili: le parole con cui definire l’età tradita sono le stesse per parlare dei protagonisti. Ciò detto, le parole sono relazioneinfantilizzazione, delusione: si sente forte il bisogno della prima, si assiste quotidianamente al verificarsi  della seconda (all’infantilizzazione degli adolescenti, dei loro bisogni, e così via) e la terza ha sostituito la tradizione come modalità elettiva per crescere gli adolescenti. Si cresce in una società che precocizza e infantilizza, ove bisogna fare i conti con grandi delusioni e nella quale gli adulti hanno difficoltà a convivere col modello relazionale che hanno imposto e che viene messo in crisi nell’età dell’adolescenza.

Concludiamo così: un auspicio, per il mondo futuro, del Matteo Lancini psicoterapeuta e uno, invece, da parte di Matteo Lancini come cittadino.
Su Matteo Lancini psicoterapeuta direi che è importante che i ruoli professionali (e quindi parlo della scuola, degli insegnanti) non cadano in una società talmente individualista da perdersi i reali bisogni dei loro studenti, e che invece, per converso, abbiano la capacità di identificarsi davvero col loro dolore, con la loro sofferenza, e con le resistenze emotive. L’auspicio come cittadino è che la stessa facciano il papà e la mamma: c’è davvero bisogno che gli adulti lavorino su queste loro fragilità, riuscendo a diventare un modello per una migliore crescita professionale – e vede lei stesso come la mia
identità personale e professionale si siano intrecciate, come sopra le dicevo per Internet e le sue possibilità: del resto, per concludere con una frase già pronunciata qualche minuto fa, la vita è la rete; e, a questo punto lo aggiungerei, anche la rete è la vita.

Fonte: bottegadiidee.com