Condividiamo l’articolo di Paolo Ferrario per Avvenire a Matteo Lancini.

Gli adulti hanno costruito una società “fondata” su Internet, ma poi, se in Rete ci vanno i figli cominciano i problemi e scattano i divieti. Una modalità educativa che non può funzionare, secondo Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, autore, con la psicologa Loredana Cirillo, di “Figli di Internet”, uscito in questi giorni per Erickson edizioni.

«Dai 30 anni in poi bisognerebbe vietare Internet, mentre dai 30 anni in giù, fino ai 15, renderlo obbligatorio – chiosa Lancini, che da tanti anni si occupa delle implicazioni della Rete sulla nostra vita –. Invece si fa esattamente il contrario. In Italia, poi, assistiamo a qualcosa che ha dell’incredibile: dai 19 anni in poi se non usi Internet sei spacciato in qualsiasi area (affettiva, personale, familiare, lavorativa). Dai 19 anni in giù se lo usi sei dipendente da Internet. Non è credibile e non funziona. Invece, bisogna che gli adulti si prendano carico della società in cui hanno chiesto di crescere i ragazzi. Che sono finiti in Internet non perché sono stati catturati, ma perché glielo hanno detto i genitori».

In che modo è ben spiegato nelle 144 pagine del libro. Non un “ricettario” per genitori, ma uno strumento per capire come leggere, interpretare e gestire comportamenti che coinvolgono aspetti psicologici e affettivi che hanno a che fare con gli ostacoli e i conflitti del cammino di crescita personale, prima ancora che con la buona o cattiva educazione impartita in famiglia.

«Vita reale e vita virtuale si sono talmente intrecciate che ormai parliamo di “onlife” – riprende Lancini –. Oggi si nasce in una società dove sei certamente figlio dei tuoi genitori ma anche di una cultura pervasiva, più ampia, dove l’intreccio tra la vita reale e virtuale fa parte del modo di pensare e crescere i figli e costruisce modelli di identificazione. E quindi, se una volta eri più figlio dei genitori e, anche, della scuola, oggi la società che gli adulti hanno creato e che promuovono ogni giorno con i propri comportamenti, è un contesto dove si è anche figli di modelli e realtà intrecciate con quella virtuale. Dove Internet e la verità sono la stessa cosa». Trovare un giusto equilibrio tra queste dimensioni diventa allora un’impresa ancora più ardua, soprattutto per i ragazzi. Visto che i primi a doversi mettere in discussione sarebbero proprio i genitori. Che, però, non ci pensano nemmeno, continuando a imporre modelli di comportamento che, quando vedono concretizzarsi nei figli, fanno scattare campanelli d’allarme. Un cortocircuito che soltanto gli adulti possono evitare.

«Oggi chi “spaccia” davvero Internet, come modalità di crescere i figli stando sempre in contatto è la mamma – ricorda Lancini –. Sono stati i genitori a promuovere la chiusura dei cortili dove una volta si andava a giocare e chiedere ai figli di rifugiarsi nei videogiochi o a rendere sempre più pericoloso il mondo. Oggi la sperimentazione della socializzazione avviene nei social network. Il tema vero è, allora: che alternative hanno in mente gli adulti per limitare il loro utilizzo di Internet? Invece è accaduto esattamente il contrario: la mamma organizza separazioni molto precoci (diventando madre «virtuale») ma poi sta sempre in contatto col figlio attraverso il telefonino, con cui controlla i nonni e le tate che lo riprendono a scuola. I gruppi Whatsapp delle mamme governano il mondo scolastico e dell’associazionismo sportivo. Insomma: gli adulti si sono messi dentro Internet, hanno costruito un sistema fondato su di esso, poi quando lo usano i figli lo guardano con sospetto. Non è credibile».

Allora, la domanda centrale che si dovrebbe fare in famiglia, mentre si condivide la cena, è: «Come va sui social?». Invece, si parla di tutto tranne che di questo. Che è poi la questione vera nell’educazione dei figli adolescenti. «Chiedere come va in Internet è fondamentale per i genitori per raggiungere il figlio là dov’è», avverte lo psicologo. «Ci sono genitori che sanno tutto del figlio, eppure non glielo chiedono – ricorda Lancini –. Ma è come non chiedergli come sta, che cosa sta facendo. Perché questa è la società che abbiamo creato noi adulti. Ma poi abbiamo paura di porre queste domande perché, in una sorta di difesa e proiezione sugli adolescenti delle contraddizioni della nostra società, abbiamo costruito un sistema dove Internet si intreccia con la vita reale, ma se ci stanno i figli sembra che è tempo perso. Perso per la scuola, per esempio».

Una contraddizione enorme come quella di vietare l’utilizzo dei social anziché educare a una saggezza nel loro utilizzo. «I genitori devono mettere in guardia i ragazzi dai pericoli della rete come si faceva una volta dai pericoli esterni – suggerisce l’esperto –. Ma i figli non li puoi controllare per sempre. A un certo punto li devi delegare alla loro autonomia. Per questo non ritengo che in adolescenza sia di grande utilità, per esempio, continuare a puntare sul “parental control”. A questa età devi allenare le tue capacità fuori dal controllo degli adulti, spesso con gli amici. È sempre stato e sarà sempre così. Per proteggere i figli dai pericoli del mondo di fuori li abbiamo costretti in casa. Ma siccome loro hanno esigenze continue, si sono adattati e sono andati in Internet. Dove si corrono rischi esattamente come si correvano quando si usciva di casa. Ma se prima si metteva in guardia dai “malintenzionati” non si dice lo stesso per i rischi della Rete. Mettere il corpo in casa non è detto, però, che sia garanzia di protezione. Forse lo è soltanto per i genitori. Che, avendo costruito una società fondata su Internet, hanno ora difficoltà enormi a parlare con i figli».