La morale, una bella cosa. Condividerla è possibile

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Riportiamo l’articolo di Paolo Di Stefano pubblicato sul Corriere della Sera del 19/01/2017 con l’intervista a Matteo Lancini sul ruolo delle regole e dei divieti per i figli adolescenti.

Una questione di regole? Certo, ma cosa intendiamo quando parliamo di regole? Bella domanda. Regole quotidiane di comportamento, doveri, obbedienza? Marina Valcarenghi, la psicoterapeuta che ha lavorato a lungo sui rapporti tra genitori e figli, non ha dubbi: «Le regole da recuperare sono quelle della morale: per tenere a freno la violenza non solo fisica dei figli, sempre più dilagante, non serve imporre o vietare. L’unica difesa è trasmettere una struttura morale». Già ma come si ottiene questa struttura morale? «Si forma nei figli insegnando loro, molto presto, il rispetto della vita e del vivere insieme, il rispetto di alcuni valori fondamentali come la verità, la giustizia, l’onestà. Il figlio spesso si chiede: perché non posso fare quel che voglio? È la struttura morale, elaborata dalla nostra coscienza collettiva ma trasmessa individualmente per via soprattutto familiare, a favorire l’inibizione. Se manca questa morale, tutto diventa permesso, anche dare sfogo alle pulsioni violente».

La fatica di dire «no»

«Molto presto». Quanti sono i genitori che lamentano di non essere più (sottolineato più) in grado di far valere delle norme di comportamento ai propri figli adolescenti. Emanuela, madre milanese di due figlie (15 e 11 anni), non fa fatica ad ammetterlo: «La difficoltà è dire di no: in una società in cui tutto è semplice e immediato, bisogna spiegare, giustificare quasi, ogni divieto. Non basta un “no”, e a volte si finisce per dire sì per sfinimento». Specialmente i padri. Non c’è dubbio che i padri rimangono l’anello debole. Giuseppe, che insegna a Milano e ha due figlie di 17 e 21 anni, spiega il problema di trovare un «equilibrio tra il concedere e il non concedere», compresa «la preoccupazione di risparmiare loro i sacrifici e anche le sofferenze che abbiamo vissuto noi cinquantenni crescendo con genitori molto autoritari». E aggiunge: «È una forma di generosità che se diventa eccessiva rischia di soffocare i figli senza farli crescere, perché poi basta un voto negativo o una sgridata a farli precipitare. Quel che mi dispiace è che avendo il mondo a portata di mano, non conoscono l’incanto, la sorpresa, al punto che non hanno sogni ma solo desideri». E confessa che il «carabiniere», in casa, è sua moglie, che pure lavora. Ammirevole consapevolezza.

Controllo senza autorità

Stephana, biologa, ha una figlia di 11 anni e la prima parola problematica che pronuncia è «controllo»: «Sono spesso assente per lavoro e mia figlia viene seguita per lo più dai nonni, a cui posso essere solo grata». Controllo ma necessariamente senza autorità, dice, né materna né paterna. Claudia è maestra d’asilo, divorziata, con un figlio quattordicenne: «I bambini di oggi, sin da molto piccoli, si confrontano tanto con i loro coetanei e al genitore viene richiesto di adattarsi. Sono molto pochi i genitori che fanno resistenza ai modelli esterni, ma non è facile. Quando poi sono grandi, diventa ancora più difficile motivare le limitazioni, dissuaderli dal contesto, perché il ragazzo ha acquistato una forza maggiore di fronte alla quale il genitore si sente sempre più debole». Forse si parla sin troppo della fragilità degli adolescenti, ma non abbastanza di quella dei genitori: «Se i figli non ubbidiscono — osserva Valcarenghi — è perché riconoscono la debolezza dell’autorità genitoriale. Ma la buona educazione non è l’obbedienza o il dovere, è il rispetto del prossimo e di se stessi. Pochi genitori si occupano di questo, ci si limita a dire: non accettano le regole. Educare un figlio a essere una persona perbene costa molto, è un piacere complicato, che richiede delle spiegazioni morali». Già, ma oggi la parola «morale» fa pensare subito ai buoni sentimenti del tempo che fu: «I genitori non capiscono che la violenza è un istinto, mentre la morale è una conquista culturale a cui bisogna applicarsi subito con dolcezza e con decisione. Il vero guaio è che spesso neanche i genitori la conoscono: e come fai a insegnare un concetto che non conosci? Le regole? Sono spesso gli adulti a non rispettarle».

La famiglia affettiva

E poi c’è il narcisismo di cui parlava Antonio Polito nel suo articolo e in cui rientra anche l’incapacità dei genitori a reggere la disapprovazione dei figli. Evitare in tutti i modi lo scontro aperto è un imperativo. «Siamo passati da una famiglia normativa a una famiglia affettiva, — riflette Matteo Lancini, psicoterapeuta presidente della Fondazione milanese Minotauro — per cui il bambino è diventato un soggetto prezioso, un protagonista la cui pubertà mentale viene anticipata: non più un soggetto da civilizzare o da punire ma da comprendere. La vicinanza è l’elemento costitutivo della famiglia odierna, ma è una vicinanza virtuale non fisica per le madri, mentre il padre, più debole, è molto più affettivo e “marsupiale”, non genera più sofferenze e distanze. Il bambino è al centro della scena, è un piccolo re cui tutto viene concesso e che genera grandi attese: deve socializzare, esprimere liberamente i propri talenti, impone i suoi amici, al punto che i genitori frequentano i genitori dei suoi compagni, eccetera. Quando poi diventa adolescente, gli si dice: “adesso basta, è stato uno scherzo” e arrivano i no, i divieti, i limiti. Troppo tardi, con un tredicenne, cercare di rimediare alle esagerazioni proponendogli nuovi modelli educativi». È lì che salta fuori il conflitto: «A quel punto il richiamo alle regole viene percepito come una ferita narcisistica da cui a volte nascono reazioni contro di sé o contro gli altri, oppure la tentazione di ritirarsi dalla società (sono i casi di hikikomori). È come se le aspettative ideali proprie o maturate in famiglia crollassero di colpo, e di fronte a questa nuova situazione di blocco l’adolescente talvolta prova a rimuovere l’ostacolo in modo violento per rimettersi in linea con le sue attese ideali: il fatto è che in adolescenza devi fare i conti non più con gli ideali ma con quel che sei davvero, e qui nasce il dolore mentale e la frustrazione a cui non sei abituato». Senza dimenticare che i genitori hanno ormai dei concorrenti formidabili: «L’impatto del marketing fa maturare l’idea che il successo è ciò che produci, e internet, gli smartphone, i social hanno aumentato il potere orientativo dei coetanei e del mondo esterno. La relazione familiare è ancora forte ma non esclusiva. D’altra parte internet l’abbiamo inventata noi… Ma per mettere in gioco questi problemi, io sostengo che si debba ripartire dai corsi pre-parto».

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