L’algoritmo della dipendenza, lo psicologo: «Serve una patente social come per guidare il motorino»
Come TikTok e Instagram influiscono sull’attenzione e la salute mentale degli adolescenti. La psicoterapeuta: «L’educazione passa attraverso la coerenza e i genitori devono dare il buon esempio»
di Cristina Marrone
A Los Angeles è in corso il maxi processo contro le piattaforme social media accusate di aver costruito meccanismi che spingono i minorenni alla dipendenza. Mark Zuckerberg, ceo di Meta, si è scusato perché il filtro di Instagram per bloccare l’accesso ai minori di 13 anni non ha funzionato. Ma che cosa succede al cervello degli adolescenti durante lo scroll infinito? E perché per loro è così difficile «staccarsi»?
«Lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica, i like e i commenti generano nel cervello degli adolescenti “scosse” di dopamina: gli adolescenti si sentono gratificati e innestano una sorta di “pilota automatico”» spiega il professor Giuseppe Riva, direttore dello Humane Technology Lab. dell’Università Cattolica di Milano e autore del libro «Crescere Connessi: una sfida per genitori e figli» (Ed. il Mulino) Questo succede perché la corteccia prefrontale, la parte più razionale del nostro cervello, responsabile del controllo degli impulsi, della pianificazione e della valutazione delle conseguenze non è ancora formata. «La capacità di controllo inizia a svilupparsi dai 15 anni e arriva alla piena maturazione intorno ai 20. Così i ragazzi si trovano in un cortocircuito: il meccanismo di ricompensa dopaminergico è pienamente attivo per comportamenti di ricerca del piacere, mentre il controllo degli impulsi e dei freni inibitori non è ancora formato ed è questo il motivo per cui un adolescente si abbuffa di social: prova piacere e non riesce a fare a meno».
Le conseguenze di queste abbuffate sono note: da alcuni anni, in pratica da quando esistono i social, le generazioni più giovani vivono un picco di ansia, depressione, solitudine. Dormono male, l’attenzione è frammentata, hanno una scarsa tolleranza allo sforzo cognitivo. Succede in ogni area del globo.
È per tutti questi motivi che molti paesi si stanno muovendo per vietare i social agli under 15/16: è l’eta della svolta perché si suppone che in questa fase l’adolescente sia più in grado di controllare gli stimoli e moderare l’uso dei social media. Tuttavia i divieti non piacciono a buona parte degli esperti che sottolineano invece l’importanza dell’alfabetizzazione digitale: «Un’ora passata a guardare un documentario non è come un’ora su TikTok e anche un videogioco strategico che include pianificazione e problem solving è ben diverso da un social media. È utile aiutare i ragazzi a sviluppare un senso critico sui contenuti» aggiunge Laura Turuani, psicologa e psicoterapeuta dell’Istituto Minotauro di Milano e autrice di diverse pubblicazioni dedicate alle dipendenze degli adolescenti.
Giuseppe Riva propone una patente per i social: «Un adolescente per imparare a muoversi sui social dovrebbe andare a scuola, esattamente come deve fare per poter salire su uno scooter». I controlli parentali come limiti di tempo e pause non sembrano essere uno strumento utile in chiave formativa: «I ragazzi li vivono come una mancanza di fiducia nei loro confronti: è un controllo passivo e quando imparano ad aggirarlo non funziona più» dice il professor Riva. «L’obiettivo dovrebbe essere in realtà costruire gradualmente l’autoregolazione e non imporre un controllo esterno permanente – conclude Turuani – e il buon esempio dovrebbe arrivare dai genitori. L’educazione passa attraverso la coerenza, la prevedibilità e la capacità di dare l’esempio. I divieti, da soli, rischiano solo di alimentare opposizione o senso di colpa».

