Condividiamo il contributo di Antonio Piotti al testo “Lessico della nuova scuola”, curato da Domenico Squillace per Damiani Editore. L’intero testo è scaricabile gratuitamente sul sito dell’editore (link a fondo pagina).

Rivoluzione

“Certo il dare a tutti eguali possibilità d’istruzione è un obiettivo auspicabile e raggiungibile, ma identificare questo obiettivo nella scolarizzazione obbligatoria è come confondere la salvezza eterna con la chiesa” – Ivan Illich, Descolarizzare la società.

Vogliamo davvero che tutto resti com’è? Siamo davvero convinti che, dopo il Covid-19, la cosa migliore sia un rientro fra i banchi esattamente come prima? C’è davvero qualcuno che crede alle nostalgiche rievocazioni sulla vita in mezzo ai banchi e ad altre amenità di quel genere?
Se è così accomodatevi. Io, invece, non ne posso più: insegno da trentaquattro anni, vivo oramai da sessanta e non me la sento di fingere di non vedere. Se il sistema italiano della formazione (mi riferisco qui alla scuola secondaria, e non a quella primaria, che invece funziona assai bene) non coglie questa terribile occasione per mettere in atto una rivoluzione estrema e radicale, allora veramente dovremo rassegnarci al fallimento non come a un fosco evento che ci attende nel futuro ma semplicemente come la prosecuzione del triste disagio che persiste ormai da lungo tempo scivolando, di anno in anno, in un degrado sempre maggiore.
Ho scelto la parola Rivoluzione a ragion veduta: se fossimo stati in periodo di pace (se fossimo cioè in un sistema capace tutto sommato di reggere) la parola corretta avrebbe dovuto essere Riforme. Ma è davvero possibile anche solamente pronunciare quella parola in questo contesto? Da quanto tempo sentite parlare di riforma della scuola? Quante ne avete viste? Ci si è illusi – quando addirittura non si ha finto di illudersi – che il sistema potesse essere trasformato e reso efficace mantenendone tuttavia intatta la struttura. Se la didattica dei contenuti risulta obsoleta – ci è stato detto – si applicherà quella per obiettivi, ma se quest’ultima risulterà troppo comportamentista, si lavorerà allora per competenze. Se l’insegnamento tradizionale è troppo cattedratico e frontale, si disporranno i banchi in tondo e si adotteranno tecniche comunicative più democratiche. Si farà poi didattica laboratoriale, cooperative learning, classe capovolta, mappe concettuali… Anni di sperimentazioni però, non hanno prodotto risultati apprezzabili ed è possibile persino sostenere che l’effetto complessivo sia stato, malgrado gli sforzi profusi, addirittura peggiorativo contribuendo ad accrescere la frustrazione di tutti coloro che si sono cimentati nello sforzo di innovare. Nel frattempo, direttive ministeriali contraddittorie e insensate si sono sovrapposte le une sulle altre fino a generare un comprensibile, benché controproducente, meccanismo difensivo rispetto a ogni innovazione così che anche idee buone (come l’istituzione del Liceo Economico Sociale o l’alternanza scuola lavoro) hanno finito per essere fagocitate nella palude della diffidenza e del rifiuto.

L’osceno patto
Una rivoluzione è una cosa diversa da una riforma, è un mutamento radicale di un ordine sociale: qui non si tratta di pensare al metodo della classe capovolta ma di capovolgere dalle fondamenta l’intero sistema dell’istruzione. Non abbiamo molto tempo e abbiamo una mole enorme di ostacoli che nascono da una sorta di accordo osceno tacitamente sottoscritto da una parte di coloro che, categoria per categoria, traggono giovamento dall’omeostasi.
In primo piano c’è ovviamente la questione degli insegnanti: in Italia il corpo docente è livellato verso il basso: gli unici incrementi stipendiali dipendono dall’anzianità di servizio, non esiste nessuna valutazione del merito che possa dare adito a un riconoscimento economico, i criteri di assunzione spesso derivano da concorsi per soli titoli in seguito ai quali nulla viene appurato. Non viene organizzata una specifica formazione in itinere per chi è in servizio. I sindacati della scuola hanno sempre difeso questo appiattimento e ancora oggi, in piena emergenza, la richiesta di un maxiconcorso per assumere nuovo personale sembra rispondere solamente a criteri assistenziali. Ne scaturisce una platea confusa che affianca ottimi professionisti a un mare di soggetti poco motivati capace talvolta di annichilire gli sforzi di chi ogni giorno deve combattere per impedire un tracollo completo.
In secondo luogo, occorre dire che il sistema delle famiglie ha completamente delegato alla scuola una serie di compiti educativi che invece, avrebbe dovuto assumere in prima persona o condividere con il sistema scolastico. Fra famiglia e scuola manca del tutto un’alleanza educativa e ciò cui spesso assistiamo è uno scontro fra soggetti reciprocamente diffidenti. Bisogna dire qui che proprio l’emergenza Covid ha aperto in questi mesi un varco che non andrebbe chiuso: il fatto che i ragazzi e spesso anche i genitori fossero a casa ha permesso alle famiglie migliori di partecipare al percorso formativo dei loro figli, di collaborare con gli insegnanti, di aiutare i ragazzi a raggiungere obiettivi formativi adeguati e di comprendere le loro difficoltà. I ragazzi che hanno goduto di questa alleanza hanno imparato meglio e si sono sentiti più tranquilli. Hanno anche vissuto l’esperienza di un avvicinamento emotivo ai loro genitori che li aiuterà anche in circostanze diverse. Sarebbe un delitto interrompere bruscamente questo canale di comunicazione. Altre famiglie invece, sembrano non vedere l’ora di sbarazzarsi dei figli per scaricarli nuovamente per sei ore al giorno sul sistema scolastico. Del resto, le donne lavorano, gli uomini pure, se ci si vede mezz’ora a cena basta e avanza: “Com’è andata a scuola oggi?” “Bene”. “E cosa avete fatto?” “Niente”.
Infine, la nota più dolente: nel linguaggio delle convenienze e del bon ton civile, bisognerebbe adesso dire che i ragazzi, vere vittime del sistema, non hanno dal canto loro nessuna responsabilità. Tuttavia, le cose non sono così semplici: come avrebbero detto i francofortesi, il sistema ha paralizzato e conglobato le controforze. L’esito è che le vittime stesse finiscono col collimare col sistema che le vittimizza. Nel milieu stanco che caratterizza il sistema scolastico italiano, molti studenti finiscono purtroppo coll’adagiarsi rifiutando persino l’idea di una ribellione. L’inutilità di alcuni insegnamenti, l’insistito soffermarsi sui dettagli, l’inattualità dei contenuti è ben evidente a tutti loro, ma al posto della ribellione che caratterizzava gli anni Settanta, prevale la noia. Si pensi, per citare solo un esempio, al rito stanco delle autogestioni o delle occupazioni: un’assemblea studentesca si riunisce, si devono reperire degli slogan, il corpaccione scolastico approva tutto e comincia una settimana più noiosa delle altre, gradita semplicemente perché sottrae da ogni verifica e da ogni impegno. Terminato il rito, tutto ricomincia nello stesso modo. A soffrire più degli altri ovviamente sono quei ragazzi che crederebbero ancora possibile una trasformazione vera, che occupano la scuola perché vogliono veramente cambiarla e chiedono invano di essere ascoltati.

Che fare?
Negli anni Sessanta, nel pieno delle rivolte studentesche, autori come Illich (1970) avevano proposto la chiusura di tutte le scuole in un’ottica ideologica: oggi riflessioni simili, depurate dai loro intenti politici, devono assumere un nuovo significato e possono condurre a una visione che ci porti a considerare la scuola come uno solo dei possibili mezzi formativi di cui la società dispone per educare i giovani: si deve, in altri termini, distinguere decisamente tra educazione e scolarizzazione. Proporre formazione oggi non significa descolarizzare la società, significa piuttosto pensare a un modello non scolastico – o, perlomeno, non esclusivamente scolastico – di concepire una scuola. Significa pensare a una scuola non scolastica.
Se la scolarizzazione forzata dei giovani mostra oggi tutti i suoi limiti, proprio questa crisi sembra evidenziare come, nel contesto sociale, in quello virtuale, in quello relazionale, si siano aperte straordinarie possibilità di apprendimento, impensabili nel passato, ma tali da fornire a insegnanti motivati strumenti estremamente innovativi ed efficaci.

Ecco alcune linee guida:

1. Collaborare coi genitori.
Un tempo l’educazione dei giovani apparteneva alle famiglie nel senso che una parte di essa perpetrava un sapere elitario mentre la grande massa della popolazione rimaneva analfabeta. L’evoluzione sociale ha affidato alla scuola il compito di formare tutti i giovani eliminando l’analfabetismo e creando le basi per una partecipazione più autentica alla vita civile.
I tempi d’oro della scuola, i suoi indubbi successi sociali, hanno portato a pensare che educazione e scolarizzazione coincidessero. A partire dagli ultimi cinquanta anni tuttavia si assiste a un costante declino dell’istituzione scuola in tutti i Paesi più sviluppati e, malgrado la serietà di alcuni sforzi, il rapporto fra la scuola come istituzione educativa e la famiglia diviene sempre più conflittuale e ostile Un patto fra scuola e famiglia è un accordo per la formazione dei giovani nel quale tutti gli adulti mettono in gioco le loro competenze: gli insegnanti, in un mondo complesso come il nostro, non devono porsi come depositari del sapere, ma devono rivendicare con forza la loro funzione di mediazione. Da questo punto di vista, i genitori devono considerarsi come una risorsa e la scuola deve poter mettere in rete le loro competenze ai fini della formazione dei ragazzi. Solo a partire da una concreta collaborazione in termini di contributo didattico formativo la componente dei genitori potrà veramente collaborare con la scuola. I padri e le madri devono conoscere gli obiettivi
e le linee generali dei contenuti del percorso formativo dei figli e devono collaborare al loro conseguimento.

2. Ricorrere agli strumenti tecnologici
Qualche anime bella ha sostenuto che la didattica a distanza non serve, che è tutt’altro che una risorsa. Bisognerebbe pensare a cosa sarebbe successo se non ci fosse stata,
porre mente alle condizioni nelle quali la si è dovuta sperimentare – senza preparazione e a partire da un elemento imprevedibile e improvviso, alla scarsa competenza tecnologica di molti docenti. La didattica a distanza ha fatto miracoli ed è risultata per gli insegnanti migliori una risorsa nuova e interessante. È curioso osservare come tutto cambi intorno a noi: quando ero ragazzo, per telefonare usavamo un apparecchio fisso da casa. Se avessimo voluto vedere un film, avremmo dovuto andare al cinema perché i sistemi di videoregistrazione non esistevano, l’idea di prendere un aereo apparteneva più ai sogni che alla realtà, non sapevamo cosa fosse un centro commerciale, ignoravamo l’esistenza del sushi o della cucina orientale, e un ristorante cinese era un’esperienza. I cambiamenti intervenuti da allora sono stati incredibili. Una cosa però non è cambiata: la scuola. Lavagne, gessetti, lezioni scandite dalla campanella, programma di storia che finisce con la Seconda guerra mondiale, Le stesse aule per le lezioni, la palestra e via dicendo: tutto uguale, solo reso un po’ stantio per il confronto con il trasformarsi del contesto sociale e per il logorio che il tempo apporta agli edifici.
Oggi è evidente che gran parte delle lezioni possono essere fatte on line, che la tecnologia permette una buona integrazione formativa, che quindici ore di presenza a scuola per i ragazzi sono più che sufficienti. È tutto facile e a portata di mano: lo abbiamo fatto in questi mesi, basta non buttarlo via.

3. Intendere la scuola come uno strumento
I ragazzi non si formano perché vanno a scuola ma possono usare la scuola come strumento della loro formazione. Uno strumento è qualcosa che può essere usato ed è anche un facilitatore rispetto ai nostri scopi. Ovviamente, se il facilitatore, anziché rendere le cose più semplici per i fini che ci si auspica di conseguire, diviene esso stesso un motivo di inciampo, una perdita di tempo e una mastodontica macchina burocratica (una sorta di istituzione totale), allora non abbiamo più a che fare con uno strumento, ma con una trappola. A scuola deve succedere che un individuo raggiunga l’obiettivo dell’apprendimento più facilmente e più velocemente di come farebbe da solo. Se questa evenienza non si verifica, allora la scuola è inutile e persino dannosa: è uno strumento che funziona male. Allo stesso modo: i ragazzi non devono andare a scuola, devono, piuttosto, acquisire delle competenze e inserirsi a un livello adeguato nel contesto culturale. La scuola ha senso solo se facilita questo processo, cioè se lo rende più sicuro, meno faticoso, più breve rispetto a come avverrebbe se ad occuparsi della cosa dovesse essere il ragazzo stesso o la sua famiglia.

4. Rivedere i contenuti
A scuola ci si dedica per troppo tempo a contenuti inutili. Non si tratta tanto del fatto che i contenuti siano troppo vasti: piuttosto non esiste ancora una riflessione adeguata su ciò che è essenziale in un sapere e ciò che non lo è. Il risultato è una trasmissione delle conoscenze che dipende troppo dal caso e che, nel pretendere la memorizzazione di qualsiasi contenuto, impedisce di fatto la selezione di quelli importanti. Per la maggior parte dei casi, gli allievi apprendono informazioni che poi dimenticano. Nella scuola manca (ancora una volta per motivi ideologici) una gerarchia dei saperi.

5. Oltrepassare le mura della scuola
Nella concezione comune della scuola, tutto l’apprendimento deve avvenire all’interno dell’edificio scolastico. Questo elemento favorisce incredibili momenti di passività e incrementa a dismisura la demotivazione – oltre a favorire, nel caso attuale, il rischio del contagio. Al contrario, molti studenti potrebbero apprendere per conto loro o in luoghi educativi diversi (musei, città straniere, associazioni di volontariato, giornali, ambienti di lavoro, laboratori scientifici, associazioni sportive…). La scuola non interagisce abbastanza con altre agenzie educative e, soprattutto, con il contesto di appartenenza dei giovani creando la situazione paradossale per cui mentre il territorio offre straordinarie opportunità di apprendimento, la scuola le evita, quando addirittura non le boicotta a causa delle strutturazioni burocratiche cui si sottopone. In altri termini la scuola viene meno al compito di organizzare una rete di saperi e di fornire questa mediazione organizzata agli studenti in modo che essi possano usufruirne.

6. Limitare il ruolo del gruppo-classe.
Dando vita a un gruppo, la classe scolastica, la scuola propone un modello di apprendimento eccessivamente uniforme e massificato. Tutti devono fare le stesse cose e si procede seguendo il ritmo della classe senza tener conto delle differenze e degli interessi individuali. Non è neppure detto che la classe scolastica funzioni sempre efficacemente come elemento di crescita e di socializzazione all’interno del gruppo dei pari e che si presenti cioè come una risorsa perché la convivenza forzata può anche produrre scontri, crisi, fenomeni di emarginazione e di bullismo dai contorni problematici. Per di più, il risultato è che, organizzando l’apprendimento a partire da gruppi chiusi o semichiusi, quando uno studente è insufficiente in alcune discipline, ma sufficiente in altre, deve comunque ripetere tutto l’anno. Un sistema scolastico serio dovrebbe certificare il raggiungimento degli obiettivi specifici di ogni singola disciplina indipendentemente dalle altre.

7. Considerare l’apprendimento dal punto di vista affettivo.
Il successo nello studio non dipende prioritariamente dallo spirito di sacrificio e dalla disponibilità alla rinuncia, quasi fosse un percorso all’astinenza. Sacrificio e rinuncia possono talora essere necessari ma solo nella misura in cui ci si muova in un contesto che promuove la soddisfazione, la gratificazione, il desiderio. Il primo dovere di un contesto formativo è pertanto quello di facilitare la motivazione, di creare esperienze nuove e gratificanti evitando il più possibile la ripetizione, la noia, la routine e la burocratizzazione degli impegni. A scuola accade spesso il contrario. I ragazzi si incontrano più per eludere che per collaborare e l’opinione che essi sviluppano del sistema è negativa. Certo, sopravvive il rapporto umano, quello che può legare in modo profondo un allievo a un insegnante o un gruppo di compagni di classe. Ma occorre qui sottolineare che una scolarizzazione di questo tipo rischia più di danneggiare che non di favorire il crescere di una buona relazione. I ragazzi dovrebbero avere il tempo per far parte di numerosi gruppi: di amici, di volontariato, di sport, di avventura e di ricerca, senza l’obbligo di sottoporsi a una burocratizzazione insistita dei loro rapporti che rende difficile invece che facilitare il sorgere di relazioni sane. I ragazzi devono coltivare gli affetti ed essere aiutati a farlo bene.

8. Puntare sul futuro
Esiste una cultura diffusa in accordo con la quale alcuni studenti – e alcuni genitori – sono convinti che la formazione sia poco utile e che tutto dipenda da fattori casuali, connessi alla fortuna, al potere, a privilegi di vario genere che rendono secondario l’apprendimento. Al contrario, la civiltà cui apparteniamo richiede saperi sempre più complessi e difficili e, in linea di massima, un maggior accrescimento dei propri saperi corrisponde a una maggiore gratificazione, nel senso che apre maggiori scenari e maggiori prospettive per la propria esistenza oltre a rendere questa stessa esistenza più meritevole di essere vissuta. La sottocultura del rifiuto e della sfiducia si basa su un pessimismo che produce effetti di demotivazione molto evidenti a partire dall’idea che l’adultità vada vissuta come un venir meno rispetto alla bellezza di un’adolescenza interminabile. Al contrario occorrerebbe infondere realismo ma anche rispecchiamento. Ciò che un ragazzo desidera può trovare, proprio grazie a una formazione adeguata, una realizzazione confacente, sebbene non immaginaria, sulla base di una creatività ben addestrata. La cultura della sfiducia tende ad uccidere il futuro.

 

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