Condividiamo l’articolo di Agnese Ferrara per ansa.it sugli stereotipi dell’adolescente odierno, temi trattati in occasione del recente webinar dei Dialoghi@Minotauro tra Stefano Gastaldi e Matteo Lancini.

Da adolescenti invece li vogliamo mansueti, che rispettino le regole, che usino poco internet, che non reclamino. Prendono le difese dei nostri ragazzi gli psicologi della fondazione Minotauro che smontano i luoghi comuni che hanno reso l’attuale generazione di ragazzi  ‘mansueta’ ma anche la più esposta al suicidio e all’isolamento in stile “Hikikomori” (dal Giappone, il fenomeno che induce i teenagers a vivere in modo invisibile, chiusi in camera).  “Andando avanti così il tasso di abbandono scolastico, l’isolamento, i fenomeni di autolesionismo, rifiuto del corpo, della sessualità e i suicidi aumenteranno ancora”, ha dichiarato Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta di formazione psicoanalitica, autore del libro ‘L’età tradita. Oltre i luoghi comuni sugli adolescenti’ , edito  da Raffaello Cortina. Per cambiare passo si può cambiare la prospettiva e fare luce sulla fragilità di noi adulti come fulcro sul quale fare perno per smettere di fare pasticci con i ragazzi di oggi, dicono gli esperti della fondazione. Le occasioni per cambiare non mancano.
Cresciamo bambini-adulti, vogliamo teenagers-bambini
“Sono cambiati i paradigmi culturali e sociali modificando nel tempo le famiglie e l’intera società: rispetto ai genitori di una volta cresciamo bambini lasciandoli più liberi, stimolando la loro affettività creativa e la socializzazione fin dalla più tenera età, al nido all’asilo, e nelle molte altre attività organizzate durante il giorno mentre noi siamo altrove a lavorare. I piccoli crescono come soggetti già raffinati, esperti di relazioni  e di condivisione. Siamo quindi di fronte ad una ‘adultizzazione’ dei bambini, – sottolinea Lancini. – Crescendo però la situazione si ribalta e pretendiamo una ‘infatilizzazione’ degli adolescenti perché devono limitarsi rapportandosi con il mondo delle regole, dei divieti da parte dei genitori e della società che li vede eccessivamente sregolati, da normare  con numerosi paletti.  Se nei confronti dei bambini noi adulti abbiamo rigettato le modalità arcaiche educative di una volta, una volta cresciuti riproponiamo di nuovo tali metodi di vecchio stampo, basti pensare alle scuole che agiscono con note, richiami, punizioni. I soggetti seduti ai banchi scolastici però sono altri. Questo il più grosso paradosso del mondo adulto che fa pasticci con i ragazzi presentando loro vecchi modelli controevolutivi”. Il cambio di passo dovrebbe invece partire proprio dal piccolo-adulto che abbiamo cresciuto, capace di relazionarsi e condividere l’affettività. “Invece che normarli e controllarli, dovremmo imparare a ‘convocarli’ nel processo di crescita e in relazione con loro, declinata sia in ambito familiare che scolastico e politico” ribatte l’esperto. I ragazzi nel frattempo, al contrario dei loro genitori alla loro età, non si ribellano più di tanto. “Nonostante i disboscamenti del pianeta, la plastificazione dei mari, la crisi economica avviata dal 2008, poi la pandemia e ora la guerra, sul fronte della contestazione e dell’impegno questa generazione di ragazzi è in buona parte assente, a parte qualche occupazione e manifestazione che molte volte è sostenuta dagli stessi genitori e docenti che in questo modo la affievoliscono. Il disagio presente comunque nei ragazzi, frenati e resi mansueti,  si è dunque spostato da un’altra parte e cioè sul loro stesso corpo”. Guardare a noi genitori di bambini ancora piccini è tra gli esercizi da fare per capirne le motivazioni. “Le angosce e la fragilità dei genitori che non tollerano il dolore dei loro bambini quando sono piccoli e perciò creano intorno a loro un nucleo empatico protettivo prevenendo le delusioni, non aiuta i figli a confrontarsi con le frustrazioni che fanno parte della vita. Rimuovere gli ostacoli non garantisce la felicità, ” chiosa lo psicoterapeuta.
Scuole con connessioni internet super, aperte giorno e notte
Perché si ritiene che se un adulto non sa maneggiare il web sia spacciato sul fronte del mondo del lavoro e della vita pratica, mentre se ad essere connessi sono i teenagers, li riteniamo pericolosamente dipendenti?  Riflettiamo sulla recente esperienza della DAD, didattica a distanza inaugurata con l’arrivo dei lockdown. Il metodo, molto criticato dagli adulti, ha invece fatto scoprire a molti ragazzi come usare internet per aumentare la conoscenza, ricercare fonti, capire la credibilità del web e fare analisi ma molti studenti sono stati tagliati fuori da questa esperienza perché privi di connessioni funzionanti. Terminati i lockdown, abbiamo cestinato l’esperienza positiva della DAD con una scuola nuovamente impostata su modelli vecchi, negli orari canonici e con connessioni internet ballerine. “E invece le scuole bisognerebbe sfruttarle al massimo, tenerle aperte tutto il giorno, e perfino la notte, – propone l’esperto, – come ambiente intorno al quale offrire ai ragazzi spazi di condivisione, di studio, cinema, teatro, attività creative, con connessioni di reti super potenti per dare alternative anche a chi non ha la possibilità di usare internet a casa. Diverrebbero luoghi di ristoro per i ragazzi prevenendone l’isolamento e riducendo le differenze sociali ed economiche”.
L’argomento ‘morte’ non sia un tabù
La guerra che passa in tv tutti i giorni ci presenta un’altra occasione per cambiare comportamento con i teenagers. “Per i genitori parlare del trapasso è divenuto tabù quasi come se parlarne sia un invito ed un inno al suicidio sui propri figli. La società sta cancellando la morte e i riti funebri avvengono di nascosto, spesso si evita ai figli di parteciparvi per non dare loro angoscia. “E invece vero il contrario, parlare con i figli della morte  fa capire la vita e superare le angosce, – precisa lo specialista. – Incluso il suicidio che è tema ricorrente  tra i teenagers tanto che in Italia è la seconda causa di morte tra i 12 e i 24 anni, secondo l’Unicef. La pandemia sarebbe stata una grande occasione per affrontare questo tema in famiglia. La morte di un familiare, dei nonni ad esempio, sono occasioni straordinarie per parlare del senso della vita e della sua progettazione. “Nei ragazzi parlare del suicidio è tema ricorrente, mentre gli adulti non ne hanno il coraggio, – ha precisato Lancini. – Se il dolore devasta i genitori, i ragazzi lo percepiscono ed è chiaro che si rivolgeranno ad altri o lo vivranno da soli.  Abbiate il coraggio di parlare del pensiero della morte, anche mentre siete riuniti a tavola. Parlare della sofferenza, predispone al dialogo e allarga il pensiero, anche dicendo loro che il tema sgomenta anche voi, dimostrandosi autentici e non avendo tutte le risposte subito pronte in tasca. Così si costruisce il percorso della condivisione, dell’ascolto. Parlare del suicidio non lo aizza, al contrario abbassa i fattori di rischio”.  
Internet non è causa di isolamento e disagio
Gli adulti si lamentano dello strapotere della rete, invece non è la causa del disagio giovanile. Gli psicologi del Minotauro scardinando così un altro luogo comune: invece di fare spegnere gli schermi del cellulare e dei tablet ai ragazzi, parliamone con loro e invitiamoli a coinvolgerci, anche quando si parla di temi difficili, come il tema del suicidio che ha ampio spazio nel web. “La sofferenza non dipende da internet, è una semplificazione da non tollerare, svela invece la grande fragilità dei genitori. Certo ci sono delle distorsioni ma non si possono affrontare solo con atteggiamenti proibitivi che provocano solo una perdita del dialogo, dovremmo stare al loro fianco col dialogo”.
Educhiamo alla ‘separazione’ i nostri figli
Anche sul fronte delle separazioni nei rapporti affettivi, siamo genitori impreparati. “E’ necessario imparare anche a lasciarsi, ed insegniamo ai figli che dopo la separazione i rapporti proseguono, non ci annienta né diventa trasparenti. Pensiamo ai ragazzi adottati, agli orfani, ma anche ai rapporti di coppia e ai casi di femminicidi, – precisa Lancini. – Essere lasciati dalla fidanzata al liceo scatena rabbia, cambiare classe o amicizie scatena sgomento. Si tende a credere di avere valore solo se sei pensato dall’altro, così se l’altro ti lascia cade tutto il valore ma separarsi non è senza via di uscita, non si diventa trasparenti se non c’è più l’altro, non si scompare se non si è più pensati, se manca una parte non crollano i valori. Lasciarsi è un processo che non finisce, prosegue e va compreso, attraversando la sofferenza, non negandola,  accompagnando col dialogo i nostri ragazzi”.