Condividiamo l’articolo scritto da Matteo Lancini per La Stampa (11 Aprile 2026)
Nel Paese che non fa più figli la politica si occupi dei giovani
Diventare genitori non è più un destino ma un investimento sul futuro
Nella società della semplificazione e della radicalizzazione delle posizioni, spero che nessuno abbia l’ardire di individuare un unico fattore causale della denatalità. “Non credo ci siano verità assolute ma tante”, è una delle frasi tratte dal dibattitto accesosi tra i lettori de La Stampa, a seguito degli articoli usciti sul quotidiano nei giorni appena trascorsi. Una frase che dovrebbero ripetere come un mantra ogni giorno, alcuni adulti malinformati e sconsiderati che attribuiscono in modo ossessivo la sofferenza e la violenza giovanile all’utilizzo dei social da parte delle nuove generazioni. I cambiamenti intervenuti nella nostra società negli ultimi decenni sono talmente numerosi e significativi che è impossibile farne un elenco. Quello che è certo è che oltre a fare meno figli, le nuove generazioni dimostrano un crescente disinteresse per la sessualità e si muovono secondo galatei del tutto nuovi rispetto alla costruzione del rapporto di coppia. Gli imperativi della nostra contemporaneità, “vietato soffrire” e “prima di tutto se stessi e la propria autonomia”, credo c’entrino qualcosa perché hanno come corollari il divieto del contradditorio, della possibilità di far convivere differenti posizioni restando comunque all’interno di un legame. La negazione dell’intimità, del bisogno e della dipendenza dall’altro come elementi costitutivi dell’essere umano ha delle ripercussioni non banali sulla costruzione e sulla manutenzione della coppia generativa. Peraltro, si tratta di elementi sovranazionali, se è vero che le statistiche demografiche degli ultimi anni rilevano, per la prima volta nella storia dell’umanità, una decrescita della popolazione a livello mondiale non attribuibile a eventi naturali o violenti. Una situazione che in Italia ha delle sue declinazioni specifiche, con dati preoccupanti sulla condizione giovanile, caratterizzata da un’alta incidenza dei Neet, cioè di giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono ingaggiati né in un percorso scolastico e formativo né in quello lavorativo. Detto questo, credo che ci giunga in aiuto l’intervento di un lettore: “Non sarebbe il caso di prendere in considerazione anche il fatto che gli stipendi e il potere d’acquisto diminuiscono sempre più? Che i costi per una casa dove costruire una famiglia invece crescono sempre più? Il fatto che ovunque ti giri c’è un conflitto militare o una crisi ambientale/climatica? Che siamo governati da gente che non è capace di dare una prospettiva o un futuro rassicurante? Molto più semplice criticare i giovani, invece di pensare che forse il problema è appunto che comprendono la responsabilità di mettere al mondo una nuova vita, e non si fidano a farlo in un mondo rovinato dalle generazioni precedenti e che sembra destinato a peggiorare sempre più”. E un altro ancora: “Non si tratta di desiderio di libertà ma di sfiducia nel futuro”. In queste parole si condensa qualcosa che non può essere liquidato con la consueta retorica sulla sindrome di Peter Pan, sul narcisismo e sulla superficialità giovanile. Si tratta di qualcosa che non afferisce solo all’innegabile fattore economico, ma ad una rappresentazione identitaria e del proprio futuro. Generazioni non viste, non pensate, limitatamente e fintamente ascoltate. Come testimoniato periodicamente dalla politica, che oltre a disinteressarsi completamente del futuro dei giovani del nostro Paese, tratta i nostri figli e studenti da criminali o dipendenti da internet, pensando sempre e solo a come punirli e privarli di qualche connessione, invece di aggiungere opportunità relazionali alla loro realtà quotidiana, togliendo finalmente qualcosa a noi adulti votanti. La verità, meno visibile e più profonda, è che oggi fare un figlio implica un investimento simbolico che molti giovani non riescono più a sostenere. Mettere al mondo una figlia o un figlio significa credere che esista un futuro immaginabile, un dopo abitabile, che valga la pena di esserci per poter legittimare le proprie emozioni e quelle degli altri. Ma come si costruisce questo sentimento in un mondo percepito come instabile, attraversato e minacciato da guerre in cui si uccidono i bambini, crisi ambientali e relazioni sempre meno autentiche? Non si tratta solo di paura, è una forma di disillusione più radicale. C’entra con il rapporto che i giovani hanno con il desiderio, la propria identità e la realizzazione personale. Diventare genitori non è più un destino, né un dovere sociale. Per la prima volta nella storia dell’umanità è una scelta che può essere presa anche individualmente, senza la necessità di unire il proprio corpo a quello dell’altro. Il desiderio di portare avanti la vita può essere coltivato se anche il Sé sente di avere diritto e possibilità di esistere, altrimenti esercitare la speranza diventa impossibile. Almeno che gli adulti non riescano nel miracolo di riportare al centro dell’umanità l’altro e la collettività. Cioè i propri figli, i propri studenti, i giovani e il loro futuro.

