Condividiamo l’articolo di Gustavo Pietropolli Charmet per Sette del Corriere della Sera sui vissuti degli adolescenti e sulle conseguenze della pandemia.

Uno dei pochi “castighi” rimasti a disposizione dei genitori nel caso di un figlio trasgressivo è: «Questa settimana non esci di casa». Le misure preventive della pandemia usano lo stesso linguaggio e impongono l’identica limitazione della libertà. Credo sia questa una delle ragioni per cui i ragazzi mi hanno sempre parlato male del lockdown e mai accennato al pericolo di malattia o di morte legati alla diffusione del virus. Dai ragazzi l’attenuazione delle misure preventive è stata festeggiata come una liberazione e non come una parziale vittoria nella battaglia contro l’epidemia. Comunque l’ingiunzione di stare in casa mi sembra sia stata rispettata, il che, trattandosi di adolescenti, significa rimanere in famiglia il più possibile. E le famiglie, nel complesso, hanno retto bene.

«NON SOSPETTAVO CHE L’ISTITUZIONE SCOLASTICA SVOLGESSE FUNZIONI COSÌ ESSENZIALI PER IL BENESSERE E MALESSERE DEGLI STUDENTI», SCRIVE UNO DEI PIÙ ASCOLTATI PSICHIATRI E PSICOTERAPEUTI ITALIANI, DIRETTORE DEL CONSULTORIO GRATUITO MINOTAURO DI MILANO

Il disagio – in alcuni casi una vera e propria sofferenza psichica – è nato invece dall’aver costretto una moltitudine di ragazzi a rimanere “dentro”, non tanto in famiglia, quanto dentro casa. Perché una delle partite più importanti proprio della fase di sviluppo adolescenziale è quella dello stare “fuori” il più possibile e rimanere “dentro” solo lo stretto necessario. È “fuori” che si cresce e si studiano le materie fondamentali della vita; “dentro” si corre il rischio di sprecare tempo per fare quei compiti scolastici che non possono garantire certo lo sviluppo delle competenze necessarie per smettere di essere solo figlio-studente e diventare sempre di più soggetto sociale e sessuale. Compiti difficili che richiedono un sacco di energie, sia di giorno che di notte. “Dentro” c’erano solo il proprio corpo e il computer.

«UNA DELLE PARTITE PIÙ IMPORTANTI DELLA FASE DI SVILUPPO DI QUESTA ETÀ È QUELLA DELLO STARE “FUORI” IL PIÙ POSSIBILE E “DENTRO” SOLO LO STRETTO NECESSARIO»

Il corpo se è impegnato nello sport, nella socializzazione, diventa facilmente corpo sociale o corpo maschile e femminile, ma ristretto nella cameretta è ingombrante e infelice, da un lato perché non gli rimane che la ricerca compulsiva del piacere autoerotico istigato dalla pornografia di internet e dall’altro perché si presta a diventare il “capro espiatorio” della mancanza di valore e di scopo cui è stato condannato dalla pandemia. La perdita delle funzioni sociali favorisce il suo degrado a “corpo non Sé” e lo predispone alla metamorfosi in zimbello della rabbia e della noia. La nuova attività del recluso diventa attaccare il proprio corpo provocandogli un dolore che sostituisca quello mentale, impegnandosi nella esecuzione di un rituale eccitato ma dall’esito pacificatorio ed anestetico.

Giovani relegati e furibondi

Passa il tempo, la pandemia mitiga il suo controllo sul mondo e così può succedere che si scorgano larve umane sortire dalle camerette ormai impegnate non a godersi la libertà ritrovata, ma a stringere ulteriormente i freni e condannare il proprio corpo. Ho conosciuto un adolescente di sedici anni che odiava il suo fisico e i suoi stessi pensieri, avvolto in una bolla di sfrenato masochismo, di quello strano, che lambisce l’area della depressione senza precipitare nel vortice dei suoi contenuti; un giovane ormai relegato in un ritiro sociale a volte reversibile, furibondo perché non poteva allenarsi per la corsa campestre, non poteva avere accesso alla palestra, non sapeva quando sarebbe stato recuperato il concerto del suo gruppo preferito. In questi ultimi mesi, a fronte della diffusione di manifestazioni di grave disagio psichico di troppi adolescenti, si è chiamata in causa la scuola perché incerta, inadempiente, troppo spesso chiusa e infine responsabile di avere scelto una scellerata didattica a distanza, ripudiata dalla maggior parte degli adolescenti e alla fine criticatissima da tutti.

«SONO DAVVERO RIMASTO SORPRESO DALLA GRAVITÀ DEI DANNI PSICOLOGICI INFLITTI AGLI ADOLESCENTI DALLA CRISI ORGANIZZATIVA, CULTURALE E DI AUTOREVOLEZZA PATITA DALLA SCUOLA»

Sono davvero rimasto sorpreso dalla gravità dei danni psicologici inflitti agli adolescenti dalla crisi organizzativa, culturale e di autorevolezza patita dalla scuola. Non sospettavo che l’istituzione scolastica svolgesse funzioni così essenziali sul benessere o malessere dei suoi studenti. La scuola che traballa sconquassa il sentimento di identità dello studente e lo lascia desolato alle prese con la sua inesistente identità sociale di adolescente, per di più in crisi. Il sentimento di solitudine lamentato da tanti ragazzi – riconducibile all’eclissi parziale dei contatti con i compagni – è ancora più comprensibile se si pensa che l’essere stato abbandonato dalla propria scuola suscita reazioni simili a quelle sperimentate dall’adulto lasciato in cassa integrazione o che vede appannarsi il futuro della propria azienda. Per l’adolescente la scuola è l’azienda che gli dà da lavorare, lo maltratta ma gli regala il ruolo sociale di giovanissimo membro della comunità civile. Essere socialmente disoccupati suscita rabbia ma paradossalmente anche vergogna e i ragazzi senza scuola e senza lavoro possono anche fare gli arroganti, ma il loro problema è la mortificazione di avere smarrito la loro identità sociale di studente che, per quanto poca, una certa dose di autostima la regala assieme alla caterva di compiti da svolgere.

«IL COLLASSO DELLA SCUOLA È STATA UNA “TRUFFA”, UN “TRADIMENTO”: HA LACERATO E RESO POCO CREDIBILE LA PROMESSA IMPLICITA CHE RIGUARDA IL FUTURO DI CIASCUNO DI LORO»

Parlandone con alcuni studenti delle superiori non riuscivo a capire cosa intendevano per “truffa” e “tradimento” a proposito del collasso della loro scuola, troppo spesso chiusa, riaperta e poi richiusa, come una trappola per topi. Poi ho capito che si trattava di una questione difficile da elaborare con le parole convenzionali. La loro scuola in realtà, quella abbastanza autorevole di prima della pandemia, li aveva aiutati a costruire una sorta di futuro evolutivo abbastanza credibile e costruito assieme, con un’impercettibile trama di voti, disapprovazioni, inviti a riconoscersi (sia pure solo temporaneamente) in un personaggio destinato a svolgere un compito sociale o scientifico o viceversa forse votato a raccontare storie e costruire leggende La “truffa” era aver lacerato e reso poco credibile la promessa implicita concernente il proprio futuro. Per alcuni ragazzi la scuola che traballa ha significato rendere ancora più incerta e aleatoria la strada che porta a diventare grandi. Tanto più che la crisi della scuola interrompe l’impalpabile, ma indispensabile filo di confronto con i coetanei: verifiche ben riuscire, valutazioni collegiali dei docenti, proprie personalissime congetture sulla propria più profonda e autentica vocazione. Per un adolescente si tratta di una questione cruciale, anche se sfuggente e raramente messa in discussione anche con gli amici più fidati.

DEVONO AFFRONTARE LA MORTE SIMBOLICA DEI GENITORI DELL’INFANZIA E HANNO RAGIONE A PENSARE CHE LI FARANNO RESUSCITARE COME GENITORI DELL’ADOLESCENZA

Non è in discussione cosa si farà da grandi, ma cosa veramente si vuole fare oggi, quale sia la propria verità affettiva e simbolica, il proprio vero amore, la fede, il legame e la tensione personale senza motivo se non quello di essere vivi e viaggiare verso la conoscenza. La scuola c’entra poco in tutto questo, se ne guarda bene di entrare in contatto con la mente dei propri allievi. Però per l’adolescente è una fonte di confronti, informazioni e piccole scoperte che aiutano a capire chi si è e cosa si desidera. Quando la scuola traballa viene a mancare anche questo contributo alla propria formazione, quella vera e importante, la formazione sentimentale, cioè lo studio della propria mente. Sono aumentati la violenza contro il Sé, l’autolesionismo, i tentativi di suicidio, i disturbi del comportamento alimentare, l’attacco alle leggi, l’attacco ai coetanei, l’attacco alla società. Non è certo colpa della Dad, i fattori di rischio sono altri. La Dad è solo la dimostrazione plateale di cosa può succedere quando il filo della comunicazione viene interrotto per cause tecniche: invece di avvicinare gli adolescenti li allontana, inducendoli a cercare altrove – nelle bande giovanili, per esempio – sostegno identitario, fratellanza e un simulacro di progetto condiviso.

Vantaggi e rischi dell’interesse introspettivo

Alcuni ragazzi si sono vantati, a buon diritto, di aver utilizzato le limitazioni imposte dalla pandemia per aumentare il loro interesse introspettivo e aver messo a fuoco meglio alcune caratteristiche del loro funzionamento mentale, fino ad allora sconosciute o poco consapevoli. Nelle loro fila erano sicuramente presenti anche ragazzi tristi, e poco socializzati anche prima che calasse il coprifuoco della pandemia e venissero ridotte al minimo le possibilità di esercitare attività condivise. Sono questi gli adolescenti da considerare a rischio perché alla loro età l’isolamento sociale e l’ipermentalizzazione li sfidano a trovare precocemente delle risposte ai grandi enigmi della vita. Il ritiro imposto dalla pandemia ha sospinto una frangia di ragazzi a confrontarsi con la morte e il senso della vita nel clima lugubre creato dai milioni di morti diffusi su tutto il pianeta che ha sfasciato le difese religiose e culturali del nostro mondo educativo poco avvezzo a rispondere prontamente alla domanda dell’adolescente: che senso ha la vita se poi si muore? Fortunatamente i ragazzi tristi sono sempre molto innamorati e quindi una risposa al quesito, o una buona ragione per essere tristi, la trovano facilmente.

Contro il destino, imprevedibile stoicismo

È abbastanza raro che un adolescente che subisce una perdita abbia una reazione persecutoria o di rabbia conclamata. È invece frequente che non elabori le cause e le conseguenze in termini depressivi: in generale si può dire che cerca di negarne l’importanza e di mitigare la gravità del danno subìto. Ho avuto occasione di discutere con adolescenti che avevano perso la salute fisica o che avevano subìto più o meno temporaneamente la riduzione funzionale di un arto o di altra funzione del corpo. Sono sempre rimasto sorpreso dal loro imprevedibile stoicismo. Lungi dall’indignarsi per l’affronto, di protestare contro il destino o i responsabili del danno, si rassegnano ad accettare le conseguenze del trauma, una sorta di maturità adulta o di superiorità e di conoscenza del destino avverso. Mi è sembrato di capire che nella profondità della loro mente scatta un disegno progettuale che li sostiene nel pensare che loro aggiusteranno tutto, realmente o simbolicamente. Gli adolescenti pensano di essere capaci di resuscitare i morti e di riattivare il motore del proprio corpo perché è il loro mestiere: alla loro età devono affrontare la morte simbolica dei genitori dell’infanzia e il più delle volte hanno ragione a pensare che li faranno resuscitare come genitori dell’adolescenza che funzionano quasi meglio di quelli di prima.

L’obbligo di essere creativi

Anche il loro corpo di bambini sembra rotto, ma poi riescono a mettere in funzione quello dell’adolescenza che è un po’ più complicato ma carbura molto meglio. L’adolescente è obbligato a essere creativo altrimenti rimane circondato da oggetti e istituzioni dell’infanzia, figlio barricato nel bunker delle illusioni infantili mentre attorno a lui infuriano le nuove tentazioni. La capacità riparativa e la creatività naturalmente si esaltano quando il soggetto e il suo gruppo sono minacciati dal loro principale nemico: il silenzio, l’immobilità, la morte e la pandemia. È così successo che la scia di morte che ha attraversato le città e tutt’ora imperversa ci abbia lasciato in eredità un tesoretto di diari, appunti, invettive, lettere dalla cameretta trasformata in carcere e sì sa che in carcere si scrive più che a scuola. Ho letto brani di questi diari e mi ha colpito l’espressione di rabbia per le devastazioni provocate dalla pandemia accompagnata dalla convinzione della ricostruzione imminente. E dal fermissimo proposito di non mancarsi mai più di rispetto perdendo un treno dietro l’altro, con il dubbio che ne ripassi ancora qualcuno.

Fonte: corriere.it