Condividiamo l’articolo di Piero Di Domenico con intervista a Loredana Cirillo pubblicato sul Corriere di Bologna (21 Maggio 2026)
«Per capire i giovani le emozioni negative devono avere più spazio»
Cirillo: «I genitori tendono a cancellarle, per stare bene loro»
In San Petronio La psicoterapeuta del Minotauro e l’incontro nell’ambito della rassegna Scholè
di Piero Di Domenico
Stare nel dolore: la cura dell’adolescenza» è il titolo del secondo appuntamento del trittico di incontri «Scholé», voluto dall’arcivescovo Matteo Zuppi e curato da Ivano Dionigi. Questa sera alle 21 con ingresso libero la Basilica di San Petronio accoglierà Loredana Cirillo, psicologa e psicoterapeuta dell’Istituto Minotauro.
Con letture affidate all’attrice Donatella Finocchiaro, da Soffrire di adolescenza. Il dolore muto di una generazione di Cirillo e dall’Ifigenia di Euripide, e musiche della Cappella Arcivescovile di San Petronio.
Dottoressa Cirillo, di cosa parlerà stasera?
«Della fatica nel mondo contemporaneo a dare spazio alle emozioni negative. Ad accogliere i vissuti più autentici dei ragazzi a fronte dell’impegno di avvicinarsi loro attraverso la comprensione e il sostegno. Non c’è una generazione di adulti che si sia fatta più carico dei figli come quella attuale. Eppure questo impegno viene tradito».
In che modo?
«Perché si incontrano la fragilità e il dolore, tutto deve andare bene, bisogna essere performanti. Ma lo stare male dei ragazzi non ha tanto a che fare con il sentirsi inadeguati o avvertire di non essere abbastanza belli e bravi, quanto con un senso di estraniamento da sé e dalla realtà che deriva proprio dal non sentire che le proprie emozioni negative abbiano bisogno di esistere.
Questa mistificazione su ciò che avvertono davvero come stati d’animo, anche a livello corporeo, implica che una costruzione identitaria sia faticosa. Così come capire se quello che si prova sia vero o meno. “Ma io chi sono?” diventa la matrice del senso di vuoto che le giovani generazioni sperimentano».
Ritrovarsi in un tempo così complesso aumenta il disagio?
«Viviamo un tempo di accelerazioni in cui gli adulti hanno poco tempo, sono genitori stanchi presi da loro stessi, con le mamme in prima linea come sovraccarico.
Si devono fare tante cose e farsi carico anche dei bisogni dei figli può apparire come qualcosa che finisce in un vaso già colmo. I genitori propongono poi soluzioni, “ti dico io come devi fare”, contraddicendo l’esigenza di autonomia che hanno i ragazzi, che non possono accettare ricette preconfezionate. La fatica è dunque ascoltare, fare spazio dentro di sé all’altro».
C’è anche il rischio di una iperprotezione?
«Certo, a volte iperproteggiamo non tanto per l’altro ma per noi, trasformando tutto in performance e positività. In realtà così, più che proteggere i figli, proteggiamo noi stessi dall’ennesima fatica».
Gli adolescenti come si muovono tra reale e virtuale?
«Oggi viviamo in una società Onlife, termine coniato da Luciano Floridi. Siamo un po’ tutti in questa sfera interconnessa, non solo i ragazzi. Ma loro iperutilizzano device e social per un bisogno di anestetizzare e gestire fatiche e stati d’animo che non riescono a condividere con gli altri o a elaborare psichicamente.
Per questo si difendono scrollando o con i videogiochi. Ma anche noi adulti stiamo dando un esempio di come tutto passi per i social. Ci piace dire che i ragazzi sono dipendenti invece di guardare quale tipo di società abbiamo creato».
Quanto è reale l’aumento di violenza nei giovani di oggi?
«I numeri dicono che sono molti di più i ragazzi che si fanno male, che si suicidano, si tagliano, più che quelli che fanno male ad altri. I ragazzi ci parlano della necessità di doversi difendere più che di attaccare. C’è una disperazione dilagante che in questo momento è ciò che più ci deve preoccupare».
Per gli adolescenti di oggi cos’è il futuro?
«Una dimensione opaca, molto nebulosa da affrontare.
Alla base del loro malessere c’è anche l’idea che ci sia la fatica di visualizzare un futuro possibile tra crisi ambientali e guerre. Anche loro fanno fatica a immaginare di trovare una propria vocazione o un talento da spendere per realizzarsi».

