Condividiamo l’intervista a Matteo Lancini per il quotidiano Avvenire sulla complessità della didattica e della riapertura delle scuole in questi mesi di pandemia.

Ci vorrà tempo per capire le conseguenze di quest’anno Dipende anche da come gli adulti saranno capaci di gestire la pande mia. Le ricadute, se ci saranno, dipende ranno anche da come gestiremo il dopo, e in particolare da che tipo di scuola troveranno i ragazzi». È il parere di Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro di Milano, docente di psicologia all’Università Bicocca e di scienze della formazione al la Cattolica.

Cos’ha comportato la chiusura delle scuole?

La perdita di quella dimensione formativa e unica del gruppo, attraverso la doppia relazione, con i coetanei e con il docente. Per quanto abbia dimestichezza con computer e social, per un ragazzo ritirato è molto impegnativo mettere la faccia davanti a una telecamera: farsi vedere e magari far vedere la casa in cui vive e con cui convive. Senza voler tornare a grembiuli e uniformi, è un fatto che la scuola storicamente è stata uno strumento per promuovere l’uguaglianza nonché una parte fondante del processo di inclusione.

E la didattica a distanza non può fare lo stesso?

Non fintantoché esistono zone in cui il 30% non ha la connessione, o il pc o il tablet, o chi ce l’ha deve condividerla con altri. Ma il problema non è la didattica a distanza o in presenza, e non è nemmeno il tipo di relazione. Non è che una relazione diretta implica una profondità che una relazione di altro tipo (virtuale) non ha: i ragazzi sono più abituati di noi alla profondità del legame anche senza il corpo. Il vero problema è che manca una didattica digitale integrata. Tutto il mondo è andato in rete, tranne la scuola. In quale attività o settore lavorativo ci si sentirebbe dire: «Mi raccomando, non andare su Internet se no ti distrai e non impari!». Noi non sappiamo che lavoro faranno do mani gli studenti di oggi: sappiamo che per il 65-75% di essi si tratterà di attività che nessuno è in grado di prevedere. Una cosa però la sappiamo: che avranno a che fare con Internet.

Quindi?

La riapertura non può essere un contrordine: avete acceso il computer? Bene, ora spegnetelo! Se sarà così non sarà credibile; sarà una delusione. E la delusione in un ragazzo alimenta solamente rinuncia e dispersione scolastica. Non sarebbe credibile la scuola e lo sarebbero ancor meno quei genitori che sequestrano i telefonini e poi pretendono di governare la scuola attraverso i gruppi delle mamme e dei papà su Whatsapp. Soprattutto durante la pandemia, il compito dell’adulto non è valutare con il numerino, ma aiutare sempre lo studente ad apprendere, identificandosi sulle esigenze e l’apprendimento di chi gli sta di fronte.