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Condividiamo l’intervista di Francesca Del Vecchio a Matteo Lancini per La Stampa.

Sono favorevole ai lavori socialmente utili ma a patto che questi non sostituiscano l’obbligo di frequenza scolastica. Quanto ai corsi di formazione per i Neet (giovani che non studia- no e non lavorano, ndr), credo sia prioritario capire quali sono i motivi che li spingono a “ritirarsi”». A commentare le proposte del ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, è il dottor Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro.

Lancini, partiamo dalla proposta relativa ai lavori socialmente utili: crede sia il modo giusto per rieducare “disobbedienti” e “violenti”?

<<<Devo essere sincero: sono sempre stato a favore di questa soluzione. Nelle scuole più avanzate in Italia esiste già questa possibilità. Credo che la proposta del ministro voglia renderla effettiva ovunque. Ma voglio essere chiaro, lavori socialmente utili si ma solo se questi non sostituiscono la scuola. Come è stato evidenziato in passato, funziona molto di più se l’allievo punito continua a frequentare la classe: gli interventi privativi hanno meno efficacia. In aggiunta, i lavori socialmente utili per un violento, per esempio verso un disabile, possono essere un percorso educativo e di tolleranza nei confronti della fragilità».

E questo basta per limitare il fenomeno del bullismo? «Se parliamo dei giovani, credo sia un buon metodo: avvicinarli alla disabilità di un anziano per far sì che al ritorno a scuola siano più tolleranti verso la disabilità di un compagno di classe, per esempio. Ma sono altrettanto convinto che non basti. Dovremmo lavorare sull’educazione culturale degli adulti. Sarebbe necessario lavorare sulle modalità di approccio all’altro, sulla tendenza alla prevaricazione nei confronti del più fragile nel mondo degli adulti che danno poi il loro esempio ai figli, a partire dall’infanzia. Per esempio, non bisognerebbe discutere se usare o meno il cellulare a scuola ma ragionare di più sul rinunciare al suo utilizzo da parte dei genitori. Se non lavoriamo sugli adulti, non possiamo ottenere dai ragazzi»>.

E invece, i corsi di formazione per i Neet li trova una buona soluzione?

<<Innanzitutto, sul tema va fatta una precisazione: la categoria comprende giovani fino ai trent’anni. Non credo, però, che oltre i 18 sia di competenza del ministro dell’Istruzione trovare soluzioni. Per quanto riguarda invece i ragazzi fino alla fine dell’obbligo formativo, bisogna chiedersi perché questi ragazzi non vanno a scuola. Molti di questi sono “ritirati sociali” e non basta obbligarli a frequentare un corso per risolvere il problema dell’abbandono scolastico. Bisogna trovare il modo per aiutarli a uscire dall’isolamento sociale, per vincere la loro vergogna di andare a scuola: è troppo semplice dire che sono “fannulloni”.

L’obiettivo deve essere aiutarli ad avere un successo formativo, Quali sono quindi le priorità della scuola oggi?

«Una è sicuramente intercettare i ragazzi che si ritirano e trovare un modo per riportarli a scuola. L’altra, che è una mia battaglia, è quella della povertà digitale: è sbagliato proibire l’uso del cellulare a scuola. Bisogna educare al digitale, non privare i giovani di una risorsa che dovranno poi utilizzare all’università».-