I recenti casi di Bollate del 7 Febbraio 2014 in cui un’adolescente è stata aggredita da una coetanea, sotto gli occhi di una quindicina di ragazzi, compagni di classe e amici delle due giovani, e quello dello scorso 17 Gennaio 2014 alla stazione delle corriere di Pavia dove una ragazza è stata picchiata da una coetanea davanti a decine di compagne e compagni, entrambi ripresi con il telefonino, hanno portato a reazioni preoccupate da parte del contesto e dell’opinione pubblica.

I casi delle due ragazzine che hanno aggredito delle coetanee rivali di amore sono stati considerati episodi di bullismo. Se è vero che il bullismo è una forma di comportamento aggressivo, lo è altrettanto il fatto che si basi su due presupposti fondamentali che in questi episodi sembrano presenti ma non primari: 1) l’asimmetria di potere tra due o più persone, e 2) la ripetizione nel tempo di azioni di vessazione e umiliazione nei confronti di una vittima che non può facilmente difendersi.

Difendersi da un aggressione non è mai facile, e le scene riprese dai presenti con gli smartphone e ritrasmesse sui social network (YouTube e poi di rimbalzo sulle bacheche di moltissimi utenti Facebook) possono certamente portare a vissuti di umiliazione nelle vittime, ma più che ad una dinamica di bullismo sembra di essere di fronte a due episodi di agiti trasgressivi o più propriamente antisociali.

Nella nostra prospettiva (approfondita nel recente volume di Alfio Maggiolini “Senza paura, senza pietà“) il comportamento antisociale in adolescenza è interpretato come una modalità disfunzionale di acquisire un’identità sociale, di essere riconosciuti come persone, maschi o femmine, dotati di valore. È disfunzionale perché rischia normalmente di produrre un effetto opposto a quello cercato, distruggendo il valore sociale dell’adolescente e riducendo le sue possibilità di diventare un adulto autonomo e responsabile.

Quel che forse stupisce è che siano state due ragazze a mettere in atto tali comportamenti. Queste ragazze sembrano aver dimenticato dolcezza e riservatezza, proprie del codice affettivo femminile, e mostrano quella che apparentemente è una mascolizzazione, ma in realtà cela una femminilità enfatizzata, un esasperato bisogno di essere attraenti come modo per essere riconosciute.

Cosa volevano ottenere queste due ragazze in modo così intenso da portarle alla commissione di un gesto violento? Non tanto la possibilità di esorcizzare la paura della sottomissione (come spesso accade per i maschi che commettono azioni aggressive, bulli compresi) quanto piuttosto la possibilità di ottenere il controllo della relazione evitando in particolare la minaccia dell’abbandono, che rappresenterebbe in questo caso proprio la conferma di un disvalore della propria femminilità.