Condividiamo l’intervista di Luciano Moia a Matteo Lancini per Avvenire.

«Dobbiamo tornare ad educare al fallimento. Tornare a spiegare ai ragazzi che gli inciampi fanno parte della vita e che in amore la fine di una relazione non è la fine di tutto, ma può essere gestita, compresa e accompagnata ». La riflessione è di Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, docente presso il Dipartimento di psicologia di Milano-Bicocca e presso la Facoltà di Scienze della formazione della Cattolica di Milano, presidente della Fondazione ‘Il Minotauro’ che da trent’anni si occupa di adolescenti in difficoltà.

Un sedicenne abbandonato dalla ‘fidanzata’ dodicenne, sfoga la sua delusione e la sua sofferenza, sfregiandola con un coltello (è successo nei giorni scorsi a Napoli). Lui dice di averlo fatto per gelosia, ma in realtà cosa c’è dietro? Istinti di violenza, desiderio di affermare la supremazia del maschio, diseducazione affettiva, un clima culturale deleterio?
Non conosco nello specifico i contorni di questo episodio ma, di fronte a casi come questo, dobbiamo mettere da parte i luoghi comuni e andare al nocciolo del problema. C’è una trama affettiva negli ultimi anni che si traduce in una fragilità molto forte dei nostri ragazzi. Una fragilità che assume forme espressive e caratteristiche diverse, con variabili di cui tenere conto, tra quella culturale a quella sociale.

Quindi il maschilismo, il clima di violenza dell’ambiente, gli esempi negativi contano poco?
No, contano, certo. Ma se ci limitiamo a questo elenco un po’ scontato rischiamo di farci sfuggire la questione principale che è la ragilità affettiva a cui abbiamo abbandonato i nostri ragazzi. Non voglio giustificare il protagonista di questo gesto folle che dovrà certamente essere punito perché ha rovinato la vita di una ragazzina e ha rovinato anche se stesso. Ma che esista una fragilità giovanile crescente è un dato di fatto. Ed è anche un dato di fatto che questa fragilità si esprima sia verso gli altri, sia verso se stessi. Il suicidio è la seconda causa di morte per i giovani. Quindi è soprattutto il corpo il megafono che esprime questo disagio. Esistono ragazzi che lo manifestano attaccando l’altro (risse, violenze, ecc), altri che indirizzano questa violenza verso se stessi.

Qual è la strada per invertire questa tendenza?
Diciamo subito che per gli adolescenti, ma sempre più spesso anche per gli adulti, la fine della relazione di coppia è molto difficile da tollerare, non finisce solo l’amore, ma viene messo in discussione il valore di sé. Finisce la relazione e l’autostima crolla perché non siamo più educati a gestire il fallimento, specialmente quello della propria relazione. Ecco perché abbiamo messo a punto un progetto che prenderà in carico gli orfani di femminicidio. Entreremo nelle classi e affronteremo il problema della fine della relazione di coppia. È un aspetto educativo che non viene mai affrontato e quindi dovremo introdurre elementi nuovi.

Tra l’aggressività violenta (che punisce l’altra/o) e il suicidio (che punisce il soggetto), qual è il punto di equilibrio per accompagnare i ragazzi in questa devastante fragilità?
Educare alla verità dei fatti, spiegando che un rapporto non finisce nel momento in cui ci si lascia ma che continua con la fatica di gestire quella fine, per esempio interrogandosi sui motivi che ne hanno determinato l’esito. Spieghiamo che il rapporto di coppia, anche in età molto giovane, ha bisogno di manutenzione e che la gelosia, la violenza in tutte le sue manifestazioni, non risolvono nulla. L’episodio del ragazzino sedicenne ci dice proprio questo. Aiutare i ragazzi a comprendere il senso del rapporto di coppia, vuol dire anche aiutarli a comprendere che la fine deve rientrare in una cultura della mediazione. È una novità, non ci siamo abituati, ma dobbiamo farlo.

Quando ci sono adolescenti protagonisti di episodi come questo, i primi imputati sono i genitori e la scuola, ‘incapaci di educare’, si dice. Ma che scuola e che genitori dovremmo avere, per essere capaci di intervenire su una fragilità relazionale così devastante?
Oggi famiglia e scuola hanno molti più competitor che non in passato. Chi attribuisce la responsabilità di episodi come questo solo a scuola e famiglia ignora la complessità in cui sono immersi i nostri ragazzi, ignora la realtà. Ma non dico questo per assolvere gli adulti. Anzi, il primo problema è proprio la fragilità degli adulti. Abbiamo costruito una cultura in cui il successo, il denaro, la popolarità contano più di tutto. Ne siamo tutti contagiati, non voglio esprimere giudizi, ma se non prendiamo in considerazione questo scenario, rischiamo di comprendere più nulla. Quali sono i modelli vincenti? L’apparenza, la spinta a diventare famosi, la prevaricazione. Ogni sera in tv ci sono dibattiti in cui vince chi grida più forte, chi sa imporsi sugli altri. Non dobbiamo stupirci se poi i ragazzi si adeguano a questi schemi e, incapaci di costruire una protesta sociale organizzata, si esprimono sempre più spesso nel privato con una distruttività senza pari. Torniamo ad ascoltare i nostri figli, a comprendere il loro disagio, a mettere in discussione il modello di identificazione che ogni giorno proponiamo loro. Pensiamoci. O sarà troppo tardi.