Condividiamo l’articolo di Concita De Gregorio pubblicato su La Repubblica, sull’ultimo testo di Annalisa Cuzzocrea “Che fine hanno fatto i bambini”, in cui viene presentato il contributo di Matteo Lancini.

Sul tragitto da casa a scuola c’erano gli angoli dove aspettarsi. Al primo incrocio arrivava Alessandro, dalla strada di destra. Si camminava insieme fino al forno dove si prendeva il castagnaccio da mangiare a ricreazione, avvolto nella carta gialla. Non si pagava, la cassiera ci conosceva, metteva sul conto. Se non passavamo capitava che chiamasse a casa: non ho visto i bimbi, come mai? Eppure non si attraversava una città solcata da carrozze a cavallo, da dame con l’ombrello. C’erano macchine che facevano fumo nero di pece e inchiodavano alle strisce, non esistevano ztl né isole pedonali o civili ciclabili. I reati, nelle città — lo dicono le cifre — erano molti di più quarant’anni fa che adesso.

Non era meno pericoloso, per un bambino di dieci anni, andare a scuola da solo. Siamo noi che ora abbiamo più paura. Noi, gli adulti. Ma ora, con le scuole chiuse, i bimbi sono finalmente al sicuro, no? Che terribile paradosso. Che danno gigantesco, innominato: la scomparsa dei bambini dallo sguardo pubblico.

Ha scritto delle nostre paure, Annalisa Cuzzocrea. Di questo tempo solo adulto e per questo misero, sospettoso, livido di rancori. E dei bambini, certo: che del nostro spavento sono il vaso che si riempie e trabocca. Che fine hanno fatto i bambini (Piemme), il suo libro, si dipana all’incrocio fra la biografia e il dialogo: la storia di una ragazzina calabrese, l’autrice, che diventa grande e poi madre, a Roma, e delle persone a cui chiede: come si fa? Perché non siamo più capaci di pensare che i bambini appartengono a tutti, non sono “dei genitori” ma della comunità. Come prima, come quando il signore dell’alimentari diceva: l’ho visto un po’ pallido, stamani, suo figlio. Gli ho dato un succo di frutta.

Domanda a tanti. Ad Alessandro Rosina, demografo, a Chiara Saraceno e Luigi Manconi, sociologi, ad Annalena Benini, Nadia Terranova e Viola Ardone, scrittrici, a Silvia Vegetti Finzi, alla grande maestra Wilma Mosca, a molti altri. Ciascuno tocca una corda e centra un bersaglio. Con Matteo Lancini, psicologo, parla della «scomparsa della comunità educante». Più i genitori sono ossessivi più la comunità si ritira. Le famiglie (quelle che possono permetterselo) investono sui figli troppo, le istituzioni troppo poco. E così, a questi figli-gioiello, così preziosi così rari, i genitori cercano di evitare ogni sofferenza. «Un tempo vigeva un modello in cui la difficoltà era considerata parte integrante del processo di crescita di un figlio. Se un bambino mordeva il tuo, i genitori e la maestra intervenivano per migliorare la relazione. Adesso, la mamma chiede che l’“aggressore” sia mandato via dalla classe e promette denunce. Ma tutto questo rimuovere sofferenza e fatica non può che creare persone fragili».

Come spiega Bruna Mazzoncini, psicoterapeuta, fuori dalla famiglia la scuola è «l’unico argine all’invisibilità» delle persone piccole. Se chiude la scuola manca tutto. E siccome questa è una storia di disamore ai tempi del nuovo colera, ecco il punto: nessuno, arrivato il Covid, ha pensato ai ragazzi. Nessuno ha investito fin dalla primavera scorsa sui tracciamenti, sui trasporti, su quel che serviva perché le scuole restassero aperte. I bambini non esistono, nel discorso pubblico. Niente o quasi nel dpcm. Pochissimo nei talk show in tv, perché «parlare di scuola e di ragazzi fa calare l’audience». Sembra incredibile, ma è davvero così.

Delle tante storie che Cuzzocrea racconta — bambini nati in Italia da genitori stranieri, cresciuti in carcere, bambini del Foqus di Rachele Furfaro ai Quartieri Spagnoli — questa è quella di Luca, 13 anni, Torino, entrambi i genitori ricoverati per Covid e ammalato a sua volta: si sono accorti della sua sofferenza i compagni di classe in chat, sono stati loro a organizzarsi per andare a portargli a casa ciò che gli serviva, a dargli forza. Nessuno, nel mondo di fuori: i coetanei della chat di classe. «Le esigenze di bambini e ragazzi sono venute dopo quelle di tutti gli altri. Dopo il tessuto produttivo, dopo i centri commerciali, dopo i bar. Pensare che il prodotto interno lordo di un Paese non dipenda anche dall’istruzione è quanto di più miope possa accadere, proprio durante una pandemia».

Eppure dovremmo saperlo che ciascuno di noi è la sua storia, sono i ricordi d’infanzia che ci definiscono da adulti. Sui bambini non si investe perché non votano, si dice spesso. Enrico Letta quando era al governo propose di abbassare l’età del voto a 16 anni: l’argomento più convincente era «se votassero il legislatore starebbe più attento ai loro bisogni». Non è andata così, tuttavia. Abbiamo seggiolini con allarme incorporato per evitare di dimenticare i figli in macchina: un bene privato, niente che inviti a ragionare sul perché si arrivi a dimenticarli. La scomparsa del mondo attorno. Non li vediamo ma loro ci vedono. Come Annalisa ricorda la porta verde dell’asilo che si chiuse quando il nonno arrivò tardi a prenderla, occhi bassi e cappello in mano, anche loro ricorderanno. Tutte le porte chiuse, non dimenticheranno mai.