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Condividiamo l’intervista di Marta Bonini a Loredana Cirillo per DonnaModerna.

Ovvero quelli abituati a eccellere. E che proprio per questo faticano ad accettare e gestire il fallimento. Come la protagonista del nuovo film Il teorema di Margherita

Questo film parla di fallimento

Dottoranda in matematica all’École normale supérieure, la talentuosa Margherita è talmente a suo agio tra i numeri da girare in pantofole per la facoltà. Il futuro, scandito da una carriera brillante, sembra già scritto. Qualcosa, però, va storto: un errore in una dimostrazione rimette in discussione la tesi e, soprattutto, la vita di Margherita, che reagisce mollando l’università. La trama del film Il teorema di Margherita, nelle sale dal 28 marzo, può essere anche la storia di tanti ragazzi che, seppur super brillanti, a un certo punto devono affrontare la delusione di aver preso un maledetto 4, di aver ricevuto un no dal professore che tanto stimavano, di non essere stati ammessi all’università che sognavano.

Perché i ragazzi fanno fatica ad accettare il fallimento scolastico

Fallimenti che bruciano di più, per chi è abituato a eccellere, e che sono ancor di più difficili da gestire. «Tollerare l’errore, per chi solitamente non ne commette, è una delle più grosse fatiche» spiega Loredana Cirillo, psicoterapeuta dell’Istituto Minotauro di Milano che da anni lavora con gli adolescenti. «Questi ragazzi sanno bene che errare è umano, ma per loro sopportarlo è molto difficile». Perché non sono abituati, perché non hanno mai conosciuto il fallimento, perché, forse anche per via dell’età, si sentono onnipotenti. «Per loro un 4 al liceo o il non essere ammessi a un master non sono solo un inciampo, ma un voto negativo e indelebile al loro sé, alla loro persona. Una grande vergogna» dice Cirillo. E la “colpa” non è solo dei genitori che cercano di eliminare gli ostacoli dal cammino dei figli. «Il nostro sistema culturale non dà spazio all’idea del fallimento, che è visto sempre in un’accezione negativa, come fosse un tabù» continua la psicoterapeuta. Qualcosa, cioè, da cui stare il più possibile alla larga. «Invece non è così. Perché a volte i fallimenti vanno visti come occasioni per capire che la strada che stiamo percorrendo non è quella giusta. Che le scelte che abbiamo fatto non sono l’espressione più autentica del nostro io. In pratica, che dobbiamo rivedere il piano della nostra vita». Come succede nel film a Margherita, che cambiando punto di vista riesce dove prima aveva fallito.

Come ci dovremmo comportare noi genitori

E i genitori? Come possono aiutare questi figli che all’improvviso, spiega Cirillo, «si sentono inadeguati, fragili, incapaci di gestire situazioni ed emozioni finora sconosciute?». La reazione degli adulti è importante. «Dire “Non fa niente”, come spesso viene spontaneo, è sbagliato. Non dobbiamo rimpicciolire il dolore dei ragazzi né banalizzarlo, ma accoglierlo, capirlo, prenderlo sul serio» continua l’esperta. Per farlo c’è un modo: parlarne, scegliendo le domande giuste. Come ti senti? Quali emozioni provi? Cosa stai attraversando? Perché sminuire il malessere dei figli è in realtà un modo per proteggere noi stessi dal dispiacere di vederli in difficoltà e dal senso di colpa di non essere abbastanza bravi come genitori.