Condividiamo l’articolo di Elisabetta Andreis su Corriere.it con l’intervista a Matteo Lancini sul recente caso di cronaca di un ragazzino di undici anni morto suicida in relazione a una sfida online.

 

C’è una frase che colpisce dritta al cuore. La pronuncia un tredicenne al papà che gli racconta di come un ragazzino napoletano appena più piccolo di lui — undici anni — si è lanciato giù dall’undicesimo piano di un palazzo lasciando come unico saluto l’accenno al non aver «più tempo» perché ormai «l’uomo con il cappuccio è qui» e «lo devo seguire». Al papà che lo mette in guardia sui rischi della Rete, il tredicenne risponde: «Se demonizzate i giochi online immaginando che noi facciamo delle pazzie perché veniamo catturati dall’uomo nero o da una voce che ci porta dove non vorremmo andare, sbagliate tutto, ragionate da boomer, da vecchi, o forse non volete vedere le responsabilità vostre e nostre». Commosso, va a chiudersi in camera. Una storia simile ha colpito, due anni fa, un suo amico di scuola. Ed è il papà di quest’ultimo che sospira in una casa poco lontana. Ramon Maj ha appena spedito un messaggio di condoglianze sofferte alla famiglia di Napoli: «Non siete soli», ha scritto loro.

Nel settembre 2018 Ramon ha perso il primogenito Igor, biondissimo e vivace quattordicenne che aveva tanti amici e la passione per l’arrampicata. È morto con una corda stretta intorno al collo, adescato da una challenge che girava in Rete, provando il blackout, il mortifero «sballo di risorgere». I ragazzi sottovalutano un pericolo che li riguarda tutti, mette in guardia Ramon Maj: «Noi adulti dobbiamo essere più bravi a fargli capire come difendersi non solo dalla rete, ma anche dalla loro stessa temerarietà». Spieghiamo ai ragazzi i rischi che conosciamo, le droghe, il motorino, i pedofili in rete, «e di queste sfide che si aggiornano di continuo e li attirano così tanto — prosegue —, noi adulti non sappiamo nulla». In montagna lui e la moglie Marianna accompagnavano Igor passo passo, indicandogli dove fermarsi e gli «facevano sicura», come si dice in arrampicata. Nella vita quotidiana è sano e fisiologico che imparino a stare da soli, invece. «Con il telefonino affrontano mondi sconosciuti, magari incontrano un anonimo con il cappuccio che si propone da condottiero e li trascina in trappola».

Ragiona lo psicoterapeuta Matteo Lancini, presidente della Fondazione Minotauro: «A prescindere dal caso specifico, attenzione a considerare i ragazzi alla stregua di bambini che si fanno catturare dall’uomo nero. Identificare il rischio con le sfide online è riduttivo. Il rischio è dentro la fragilità di ogni adolescente — spiega —. È tipico dell’età evolutiva inseguire il pericolo per provare a controllarlo, dobbiamo evitare che si avvicinino alla sfida della morte». Interviene Ciro Cascone, procuratore capo del Tribunale per i minorenni: «Il nostro compito è ascoltarli e aiutarli a diventare sempre più autonomi ma forse dovremmo incoraggiare anche la presenza di una figura adulta di riferimento nelle loro vite, a prescindere da quella genitoriale. Uno zio, un mister dello sport, un docente, un capo scout, un don all’oratorio. Un interlocutore reale che li abitui a cercare il confronto anche davanti al rischio».

 

FONTE: Corriere.it