Condividiamo l’intervista di Luigi Gaetani per La Repubblica a Matteo Lancini sui temi trattati nel suo ultimo libro scritto con Loredana Cirillo “Figli di internet”, edito da Erickson.

“Ci sono sessantenni che non sono abbastanza maturi per navigare in internet e non dovrebbero farlo. Mentre ci sono 14enni che lo usano in maniera molto matura”. Ne è convinto Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro di Milano e docente all’università di Milano-Bicocca e alla Cattolica. Da pochi giorni è uscito il suo libro Figli di internet, scritto con Loredana Cirillo, una guida che aiuta i genitori ad accompagnare la prole nel rapporto col digitale.

Internet andrebbe vietato agli adulti e reso obbligatorio per i ragazzi?

“È una frase provocatoria che ho detto durante una delle tante audizioni per capire come regolamentare la rete a cui ho partecipato negli anni. Abbiamo costruito una società dove si cresce ‘onlife’ – una definizione non mia ma di Luciano Floridi. Ormai non c’è più distinzione tra vita reale e vita virtuale. Tutti gli adulti usano internet, ed è ipocrita pretendere che i nostri figli non lo facciano. Se proprio non ci piace che si viva tutti in rete, dovremmo iniziare dando l’esempio, rinunciando a una parte della nostra vita virtuale. Invece tutto viene proiettato sui giovani”.

Perché secondo lei?

“C’è una fragilità adulta che porta a individuare i responsabili di alcuni comportamenti problematici dei ragazzi in cause esterne. È un modo degli adulti per deresponsabilizzarsi. Soprattutto prima della pandemia si sentiva dire che internet era praticamente l’origine di ogni problema, che causava dipendenza nei giovani. Un capro espiatorio perfetto”.

E non è così?

“La verità è che non esiste un modo per misurare la dipendenza da internet, né negli adulti né tanto meno negli adolescenti. Nessuno sa isolare le variabili per capirlo. Oggi, dai 19 anni in su, se non usi internet sei tagliato fuori da tutto, dalla vita studentesca, lavorativa, affettiva e relazionale. Ognuno costruisce il proprio successo personale sul web. Internet è un ambiente, non è un mezzo e oggi la nostra vita è un intrecciarsi di esperienze tra reale e virtuale. Questo è il mondo che abbiamo creato e non si capisce perché i ragazzi non dovrebbero mangiare a questo banchetto. Perché a loro dovrebbe far male mentre agli adulti no. Siamo noi che abbiamo chiesto ai ragazzi di crescere in una società sempre connessa”.

Secondo lei qual è il ruolo della famiglia?

“La diffusione di esperienze attraverso la rete è stata sostenuta proprio dalla famiglia. I principali spacciatori di tecnologia, di videogiochi e di social network sono i genitori, in particolare le madri. La chiusura degli spazi di gioco e socializzazione tradizionali ha portato a virtualizzare molte esperienze che oggi nessun bambino potrebbe più fare al di fuori del controllo degli adulti, mentre ai miei tempi si viveva per strada. Eppure su questo tema permangono atteggiamenti stereotipati, anche nella mia categoria”.

Per esempio?

“Ci sono psicologi che via social lanciano appelli a genitori e insegnanti perché non facciano usare i social ai ragazzi. Ma perché non li spengono loro i social? È la testimonianza di una fragilità adulta senza precedenti. Una vicenda grave, paradossale, che ha fatto perdere credibilità ai genitori e alla scuola. Gli adulti realizzano sé stessi su internet, poi però amano raccontare che i ragazzi sono rovinati, distorti a causa di internet”.

Un po’ quello che si diceva un tempo sulla televisione…

“Esatto, c’era chi proibiva del tutto la tv agli adolescenti. Salvo poi scoprire che in quel modo i ragazzi erano isolati dai coetanei. Poi c’era il tema delle immagini che avrebbero favorito comportamenti violenti. Come succede oggi con i videogiochi. Quando sento dire che i videogames rendono violenti i ragazzi mi domando se qualcuno è stato nei cortili che ho frequentato io negli anni Settanta: ossa rotte, sangue, torture agli animali. Una volta il sangue scorreva nelle scuole materne ed elementari. Spesso si confonde anche il fenomeno del ‘ritiro sociale’, dei cosiddetti ‘hikikomori’, con la dipendenza da internet, ma non è vero, anzi. Semmai la rete è un modo per mantenere un contatto con il mondo esterno, per quanto virtuale”.

Quindi come si fa a favorire un uso corretto del web da parte dei ragazzi?

“La protezione dei minori in rete è fondamentale. Ma per farlo non bisogna proibire internet, semmai ammetterlo sempre di più nella loro vita quotidiana e nell’esperienza scolastica, educando a un uso corretto. E non è solo un tema di digitalizzazione. Non è certo un’idea che ho solo io, ormai si sta facendo sempre più strada questa consapevolezza. Negli ultimi tempi mi sembra che la comunità degli psicologi – per quanto sia difficile generalizzare – stia arrivando a queste conclusioni. Chi oggi continua a dire che un adolescente in internet perde tempo, che sottrae energie allo studio, dice una cosa folle e si assume anche una bella responsabilità”.

 

Fonte: Repubblica.it