Sopravvivere è soltanto l’inizio. Chi cura gli adolescenti dopo un tentato suicidio?
Il numero dei suicidi tra i minori è stabile, ad essere aumentati sono i tentativi di suicidio. Ma salvarsi non significa necessariamente essere salvi. «Il risveglio dopo un tentato suicidio è il momento più delicato», spiega Stefano Vicari, responsabile della Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma. «Questi ragazzi sono vivi ma non sanno più immaginare come continuare a vivere», dice Antonio Piotti, psicoterapeuta del Minotauro. In Italia l’unico progetto strutturato per accompagnare gli adolescenti dall’ospedale alla quotidianità è lo spazio-ponte di CasaOz, a Torino.
Il pensiero della morte può affacciarsi durante l’adolescenza, un’età attraversata da trasformazioni profonde, paure e domande che non sempre trovano le parole per essere espresse. Secondo Antonio Piotti, psicoterapeuta e docente, circa il 40% degli adolescenti ha pensato almeno una volta al suicidio. «È un pensiero che può far parte della complessità dell’adolescenza. Il rischio diventa serio quando quell’idea si avvia a tradursi in un’azione concreta».
Da vent’anni Piotti lavora al Minotauro di Milano, tra le prime équipe italiane a occuparsi di rischio suicidario in adolescenza. Nell’incontro quotidiano con questi ragazzi ha potuto osservare un cambiamento preoccupante: «Negli ultimi anni il numero dei suicidi tra i minori è rimasto sostanzialmente stabile. Ciò che è cambiato, e in peggio, è l’aumento dei tentativi di suicidio».
A volte interviene una circostanza inattesa; altre volte qualcuno si accorge di ciò che sta accadendo e riesce a chiedere aiuto in tempo. Proprio in questi casi, in cui il gesto non ha un esito irreversibile, superata l’emergenza, si apre una fase delicatissima, della quale si parla ancora troppo poco. Perché essere salvati non significa necessariamente sentirsi salvi.
Il giorno dopo
Sopravvivere è soltanto l’inizio. Dopo un tentativo di suicidio, i ragazzi devono confrontarsi con un tempo nuovo, che nessuno aveva spiegato loro e che può essere difficile persino accettare. «Non vogliono morire. Ma non sanno più immaginare come continuare a vivere», osserva Piotti. È in questa distanza – tra l’essere ancora vivi e il riuscire a desiderare nuovamente la vita – che comincia il percorso di cura. Un cammino che non procede in linea retta e che ha bisogno di tempo, ascolto e presenze capaci di restare. «Il cammino è incerto. Fatto di silenzi, ripartenze fragili, passi che tremano. Il corpo si rialza, ma la mente spesso resta lì: bloccata nel gesto interrotto, nel vuoto di ciò che poteva accadere».
Alcuni accolgono con gratitudine questo “secondo tempo”, ma altri lo vivono come una condanna. Lo racconta con lucidità Erica Ricciardi sul sito di Paninabella, un’associazione nata in memoria di Antonella, morta suicida a 13 anni: «Il 4 agosto 2019 ho tentato il suicidio. Pensavo fosse la fine. Invece mi hanno salvata. Odierò per sempre quell’infermiere. Perché, per chi ha deciso di morire, essere salvati è difficile da accettare». Il suo “dopo” è stato ancora peggio, tra gli sguardi che giudicano, la vergogna che chiude la bocca, il senso di colpa che scava. «La società pretendeva che mi sentissi fortunata. Ma io non volevo questa vita, non così. Nessuno aveva davvero ascoltato il mio dolore», scrive Erica.
Quello che segue è un percorso difficile, ma non impossibile. Proprio lì, dove tutto sembrava finito, può affiorare una traccia sottile di desiderio: una volontà minuscola ma ostinata di tornare a sorridere. Al Minotauro, Piotti e i suoi colleghi partono da un gesto semplice: «Credere al dolore di questi ragazzi. E trovare con loro un modo per nominarlo e attraversarlo».
Il dolore delle famiglie
Ma il dolore non è mai di uno solo. Si irradia, scivola dentro le stanze, invade le famiglie. «Anche loro vanno aiutate. Molte si perdono nel senso di colpa, nella paura di non saper più proteggere. “Dove ho sbagliato?” è la domanda che sento più spesso», racconta Piotti. A questo percorso, con tutte le sue crepe e possibilità, lo psicoterapeuta ha dedicato il libro Riscrivere la speranza (Edizioni San Paolo), scritto con Roberta Invernizzi. Al centro c’è la storia vera di una ragazza che si è gettata dal quarto piano ed è sopravvissuta. «In lei, nonostante tutto, la vita spingeva forte. Come una radice sotto l’asfalto».
La storia di Sara
Dieci anni fa, Sara Colombo ha chiuso gli occhi convinta di non volerli riaprire. Sul pavimento della sua stanza, le pillole erano sparse come frammenti di un urlo muto. Non era la prima volta. «Ma non volevo morire» ricorda ora che ha 32 anni, «volevo solo smettere di sentire. Era il mio modo per chiedere aiuto. Fuori sembrava tutto normale, ma dentro era buio da tempo». Si è risvegliata in pronto soccorso, frastornata, viva suo malgrado. Quella notte, che pareva una fine, si è rivelata un inizio: il primo passo di un ritorno lento, fragile, ostinato alla vita. La sua esperienza è diventata un libro, Lascia che la vita accada (Ponte alle Grazie), in cui la sua voce prende forma attraverso un protagonista immaginario, Luca. Un testo raro, che apre uno spazio per chi è sopravvissuto, per chi accompagna, per chi vuole provare a capire.
Colombo, ricordando quel momento, insiste sulla necessità di lasciarsi aiutare: «Non ci si salva da soli. Anche quando il buio sembra totale, là fuori ci sono mani pronte a stringerci, orecchie disposte ad ascoltare, cuori capaci di restare accanto. A volte, il più grande gesto d’amore verso sé stessi è proprio questo: concedersi di vedere quelle presenze, lasciarsi raggiungere, permettere che qualcun altro ci aiuti a portare il peso».
Sopravvivere è solo l’inizio
Non esistono formule magiche né scorciatoie. «Il risveglio dopo un tentato suicidio è forse il momento più fragile. E anche il più pericoloso», afferma Stefano Vicari, ordinario di Neuropsichiatria Infantile all’Università Cattolica di Roma e responsabile della Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Bambino Gesù. Nel 2023, il suo reparto ha registrato 387 accessi in emergenza per ideazioni o tentativi di suicidio: più di uno al giorno. L’età media è di 15 anni e il 90% degli accessi riguarda ragazze. «Il primo passo è tecnico: valutare il rischio. Spesso dietro il gesto c’è un disturbo mentale, quasi sempre depressione, che va riconosciuto e curato in tempo. Poi bisogna contenere la disperazione, anche con i farmaci, se necessario. Curare il corpo: fratture, paralisi, danni neurologici, difficoltà respiratorie. Ma guarire il corpo non basta. Occorre aiutare questi ragazzi a dare un senso al fatto di essere ancora vivi. A trovare, insieme, un motivo per restare. Un futuro che non somigli a una condanna. E questo è tutt’altro che semplice».
Da anni Vicari lavora per rompere il silenzio che avvolge la sofferenza psichica degli adolescenti e portarla fuori dai reparti, dentro lo spazio pubblico. Lo fa intrecciando scienza e narrazione: con il podcast Un vocale dal futuro, realizzato con la Scuola Holden, e con libri come Uno solo, ben fatto (Erickson), dedicato all’autolesionismo, e Adolescenti interrotti (Feltrinelli), in cui prova «a delineare il volto di questi adolescenti fragili e a capire che cosa si possa fare prima di ritrovarsi nella sala d’attesa di un pronto soccorso». La cura vera, dice, «comincia quando si smette di nascondere il gesto suicidario come una vergogna e si comincia a leggerlo per quello che è: un grido d’aiuto da accogliere. Solo allora la sopravvivenza può diventare rinascita. O almeno un primo passo, fragile ma possibile, verso la vita».
Dopo l’ospedale, il vuoto
Dopo la sopravvivenza, chi si prende cura del resto? Il sistema pubblico è sotto pressione. «In tutta Italia ci sono poco più di cento posti letto per la psichiatria infantile», denuncia Vicari. «E regioni come Umbria, Abruzzo, Molise, Valle d’Aosta e Calabria non ne hanno affatto. Spesso ragazze e ragazzi vengono ricoverati in reparti inadatti: pediatria o psichiatria per adulti. Luoghi che non curano e talvolta feriscono».
Ma il vero vuoto si apre dopo l’emergenza, una volta che i ragazzi sono stati stabilizzati. «Non possono semplicemente tornare tra i banchi, a casa, nella vita sociale», specifica Piotti. Eppure è proprio quello che accade. «In Italia mancano strutture protette ma non ospedaliere, dove possano rimanere finché non si sentono pronti a rientrare nella quotidianità: spazi sicuri in cui ricomporsi, con il tempo e il sostegno necessari, durante quella fase intermedia, fragile e ambigua, che separa la crisi dalla guarigione». Molti adolescenti rimangono così sospesi: «Vulnerabili. Isolati. Esposti a nuove ricadute. E spesso lasciati soli da famiglie e scuole, che non sanno come aiutarli».
Il peggio, avverte Piotti, potrebbe arrivare nei prossimi anni: «I tentativi sono in aumento. Se non interveniamo ora, con strutture e percorsi adeguati, rischiamo un’emergenza molto più grave. Non possiamo più girarci dall’altra parte». Anche le comunità terapeutiche faticano ad accogliere gli adolescenti reduci da un tentato suicidio. Non sono pronte. Gli spazi andrebbero ripensati: servono ambienti sicuri, privi di oggetti potenzialmente pericolosi – dalle lamette ai detersivi, dai profumi ai lampadari. Ma il vero limite è un altro: manca personale formato, in grado di accompagnare il percorso e garantire una presenza costante, giorno e notte.
Per i familiari, poi, c’è il vuoto pneumatico. A Trento è attivo un gruppo di auto-mutuo-aiuto per chi ha tentato il suicidio e per i familiari (ama.trento@tin.it). E poi?
Una casa-ponte per tornare alla vita
Per gli adolescenti che hanno tentato il suicidio, l’unico progetto strutturato in Italia si chiama Un ponte tra ospedale e territorio. È attivo dal 2009 all’Ospedale Regina Margherita di Torino. «Si tratta di un sistema integrato di interventi che coinvolge ospedale, servizi territoriali, scuola, famiglie e terzo settore», spiega Antonella Anichini, neuropsichiatra infantile dell’ospedale.
Uno dei nodi centrali è CasaOz, una sorta di “casa-ponte” dove i ragazzi possono trascorrere un periodo di transizione dopo il ricovero. «È uno spazio accogliente, non clinico, in cui tornano lentamente alla socialità, alla loro età, alla fiducia». Insieme frequentano laboratori artistici e partecipano ad attività educative. Tutto è coordinato da una rete di neuropsichiatri, educatori, insegnanti, psicologi e operatori culturali, che costruiscono un percorso su misura per ciascun ragazzo. «L’obiettivo non è solo curare i sintomi. È restituire un futuro. Aiutare gli adolescenti a riprendere in mano la loro crescita e a rientrare nel mondo con strumenti nuovi».
Perché sopravvivere è soltanto l’inizio. La sfida più difficile viene dopo: fare in modo che essere ancora vivi possa tornare, lentamente, a significare voler vivere.

