“Suicidio, ragazzi oppressi dal senso di inadeguatezza” – Antonio Piotti su il T Quotidiano
Condividiamo l’articolo di Anna Maria Eccli pubblicato su il T Quotidiano con intervista ad Antonio Piotti (13 ottobre 2026).
13 Ottobre 2026
«Suicidio, ragazzi oppressi dal senso di inadeguatezza»
Antonio Piotti è supervisore di «Bunker», stasera in scena al Teatro di S. Giorgio
L’autrice Giovanna Bronzini si propone di accrescere l’attenzione sociale sul dolore dei giovani che si tolgono la vita
di Anna Maria Eccli
Per la “Settimana della Salute Mentale” organizzata da Asuit andrà oggi in scena al Teatro di S. Giorgio (alle 10 per le scuole, a ingresso libero, e alle 20.30 per gli adulti, ingresso 5 euro) lo spettacolo “BUNKER”. Straordinario prodotto teatrale di cui abbiamo scritto molte volte, nato in seno a quel “Progetto Psychaché” coraggiosamente lanciato già nel 2019 dalla psicologa e psicoterapeuta Giovanna Bronzini per sensibilizzare la comunità sul dolore sordo interiore che talora prende i nostri ragazzi, fino a spingerli all’autolesionismo e oltre. Volontà erculea, quella di Bronzini che, con Michele Comite del Collettivo ClochArt, ha sormontato montagne di difficoltà prima di poter “sdoganare” l’argomento giudicato “scabroso”, e dunque censurato, del suicidio. Doveva affrontare il pregiudizio dell’emulazione che poteva innescare. “Intanto i ragazzi continuano a morire” è stato lo slogan con il quale la dottoressa ha proseguito la sua battaglia, forte del sostegno dei Lions Club (questa volta lo spettacolo sarà sostenuto economicamente anche dalla Fondazione Lucarelli), riuscendo poco, a poco a farsi capire, smussando ostacoli, avviando con Comite un’interessante sinergia tra le scuole. Tra il pubblico, a San Giorgio, sarà presente anche lo psicologo e psicoterapeuta Antonio Piotti, docente del Minotauro (la scuola milanese di alta formazione in Psicoterapia, nata sulle orme di Franco Fornari e di Gustavo Pietropolli Charmet), che del lavoro è supervisore.
Dottor Piotti, come si spiega il fatto che il disturbo psichico è sempre più diffuso?
«Già Freud ne “Il disagio della civiltà”, del 1930, aveva profetizzato il fatto che i disturbi psichici sarebbero aumentati con il progredire della civiltà (poiché per raggiungere concretamente il benessere sociale l’uomo deve necessariamente imbrigliare le proprie pulsioni, aggressive e sessuali, ndr.). Ora, uno dei fattori determinanti la società contemporanea, soprattutto tra giovani, è la dimensione culturale narcisistica; c’è bisogno di prestazione, di raggiungete il successo, di presentare un’immagine positiva di sé… Nel contempo c’è grande difficoltà a tollerare frustrazione, fragilità, inadeguatezza, fallimento. Il malessere psichico che ne nasce è molto forte e si traduce in angoscia perché l’ansia risulta incontenibile. Il soggetto viene assalito da un senso di catastrofe; se giovane, dunque privo di quelle strutture psichiche che permettono di tollerare la realtà, può ritrovarsi privo di difese e il malessere gli esplode dentro come una bomba. Può evidenziarsi allora l’ideazione suicidaria, o i tentativi di farsi male per “distrarre” il dolore psichico con quello fisico».
Il suicidio contiene anche elementi “attivi”, di rivalsa, di vendetta per così dire? Educare alla “noluntas” di schopenhaueriana memoria, più che alla “voluntas”, o all’essere più che all’avere; potrebbe servire?
«La questione che nel suicidio ci sia una componente aggressiva appartiene al pensiero clinico da tempo. Il suicidio è un omicidio mancato diceva Freud, causa enorme dolore in coloro che chiamiamo “i sopravvissuti”, che sviluppano senso di colpa fortissimo e che diventano, a propria volta, a rischio suicidale. Questo aspetto c’è, ma per quello che stiamo vedendo noi psicanalisti, oggi, non è prevalente. Nell’adolescente prevale il desiderio di sottrarre al carico di angoscia incontenibile derivato da una certa fragilità nell’affrontare i fallimenti, le relazioni difficili, il fatto di sentirsi inadeguati alla vita… Si innesca allora un sistema autolesionistico e una fantasia suicidale che può nel tempo essere messa in atto».
Educare all’idea che il “tempo” scorre inesorabile, ma che aspetta d’essere riempito di significati, può servire?
«La questione del tempo nelle dinamiche suicidali è drammatico. Purtroppo i suicidi non hanno tempo. I soggetti che vogliono morire vorrebbero anche un cambiamento immediato, che la loro vita fosse diversa, che loro stessi fossero diversi, in modo quasi magico. Non si danno il tempo per poter cambiare, è proprio la prospettiva narcisistica a essere drastica: o tutto o niente. Non c’è idea che con il tempo si possano affrontare le cose; questo è esattamente l’obiettivo che dovrebbe esserci nell’intervento terapeutico: aiutare a prendere tempo, a non essere immediati e violenti verso se stessi nel prendere decisioni».
Un ritorno ai riti di passaggio potrebbe fungere da prevenzione?
«Potrebbe anche essere, il problema però è che riti non possono essere “stabiliti”; le ritualità appartengono alla cultura di un’epoca e se vengono meno non è che uno se le possa dare. Anche gli antropologi hanno notato che i riti di passaggio nella società contemporanea non esistano più, ma non li si può inventare. Alcuni sostengono che il tatuaggio tra giovani abbia il valore del rito di passaggio e per qualche ragazzo potrà essere così, segnerà il proprio corpo per appropriarsene, per segnalare che non è più bambino. Ma a differenza di quanto accadeva tra i Maori, non c’è un sistema sociale che ne riconosca il valore. Comunque, resta il fatto che per una famiglia stabilire momenti e punti di incontro con i figli è molto importante, così come è importantissimo parlare di suicidio, senza paura di farlo».
A Rovereto a rompere il soffitto di cristallo è stata la sua collega Giovanna Bronzini con il coraggioso progetto teatrale “Bunker” che lei ha supervisionato.
«Coraggiosa, sì, ha dovuto battere la cultura del silenzio. C’è tutta una mitologia attorno al suicidio secondo la quale è meglio non parlarne per non evocarlo. Così tutti stanno zitti e il risultato è che i ragazzi che vogliono morire non lo dicono a nessuno e non si riesce a intervenire. “Bunker” è uno spettacolo che, rompendo un tabù, fa prevenzione. Ciò che spinge all’imitazione è il mito romantico del suicida che possiamo trovare in certi film; questo spettacolo, invece, è stato pensato per favorire la riflessione e prevenire il fenomeno. Le prime volte che parlavamo di suicidi al Minotauro, e si era nel 2000, avevamo davanti ragazzi che, dopo aver tentato il suicidio, venivano dimessi dagli ospedali con la diagnosi “assunzione incongrua di farmaci”, come se si fosse trattato d’un errore. Questo non permetteva nemmeno di sapere quanti tentativi mortiferi avvenivano».
Annullare il corpo avvicina all’avversione per la carne dello gnosticismo antico, alla catarsi dei miti orfici. La materia è di per sé problematica.
«Infatti è l’attacco al corpo che caratterizza la patologia attuale degli adolescenti; si manifesta nella ricerca di morte, ferendosi, con disturbi alimentari e anche nell’isolamento per vivere relazioni solo virtuali, come fanno gli hikikomori. È come se il corpo desse fastidio, ma la perdita della dimensione fisica a favore di quella immaginaria e virtuale la troviamo anche tra gli adulti. La cultura attuale prevede la rete, l’intelligenza artificiale, e il corpo nella sua goffaggine, nella sua pesantezza, è disturbante, se non è perfetto. Eppure è paradossale: da una parte si vorrebbe farne a meno, dall’altra viene esaltato nella pubblicità».
Heidegger diceva che la Psicologia ha meno possibilità della Filosofia nel dare senso della vita, cosa ne pensa?
«Certo che non si sa nulla del senso… Lo dice Heidegger stesso, siamo gettati nel mondo e non ne sappiamo il perché. Ma il suo “Dasein” è invalicabile per la stessa Filosofia. Comunque la Psicologia di Freud, nel dopo-Freud, nella Scuola di Francoforte, con Fromm, Marcuse, Lewin, Lacan… ha influenzato enormemente la Filosofia moderna; la psicanalisi, cercando quella sintesi tra corpo e mente che a Cartesio sfuggiva, ha avviato un dialogo fertilissimo».

