Condividiamo l’articolo di Simona Buscaglia per La Stampa con intervista a Carmen Giorgio sul progetto Orphan of feminicide – Invisible victim a cui partecipa l’Istituto Minotauro insieme ad altri enti nazionali.

Hanno perso la madre, spesso per mano del padre, e si ritrovano molte volte smarriti, senza una rete che li aiuti a superare questo “dolore nel dolore”. È la tremenda quotidianità che affrontano ogni giorno circa duemila bambini oggi in Italia, orfani delle vittime dei femminicidi. Per intervenire in questa lacuna assistenziale arriva ora il progetto «Orphan of femicide – Invisible victim», promosso dalla Cooperativa Iside attraverso la partecipazione al bando «A braccia aperte», nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa.

L’iniziativa è stata finanziata con dieci milioni di euro, spalmati su quattro anni, e si prefigge di diventare un punto di riferimento in grado di aiutare concretamente questi minori e le famiglie che li accoglieranno. Il progetto nell’area del Nord est si concentrerà su cinque regioni (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Trentino Alto Adige e Veneto) con un milione e 750mila euro, creando dei punti d’accoglienza dislocati sul territorio, i cosiddetti focal point, che prenderanno in carico gli orfani e permetteranno l’incontro con le realtà partner del terzo settore che offrono attività di sostegno psicologico, misure di accompagnamento, sostegno alle relazioni ed esigenze materiali e burocratiche per le famiglie affidatarie, come l’assistenza legale.

«La maggior parte degli affidi rimane in famiglia, spesso in quella della vittima, una piccola parte può rimanere in quella del padre e ci sono anche casi in cui questi minori sono accolti da altri parenti – spiega Marta Buti, avvocatessa del centro antiviolenza Cerchi d’Acqua, partner lombardo – Con questo progetto vogliamo ricreare in parte quello che adesso avviene nei punti di ascolto che rispondono al numero 1522 per le vittime di violenza. Offriremo a titolo gratuito, i nostri percorsi psicologici e legali anche per applicare alcuni aspetti della legge 4 del 2018, che tutela gli orfani dei crimini domestici».

I fondi ci sono, anche se non sempre sufficienti a coprire tutte le richieste, e la legge anche, ma mancano le linee guida per rendere gli sforzi più efficaci e pervasivi e questo è un altro punto essenziale del progetto: «Dobbiamo rispondere a un dolore triplo: quello degli orfani che hanno perso un loro caro, ma anche quello delle famiglie affidatarie che spesso si chiedono cosa avrebbero potuto fare per evitare l’omicidio e come faranno a crescere questi ragazzi – spiega Manuela Ulivi, presidentessa della Casa delle Donne Maltrattate di Milano – Diventa cruciale quindi spiegare loro che non sono soli in questo cammino e che possono affidarsi a professionisti che hanno come primo pensiero il loro benessere. In questo momento la mappatura del fenomeno diventa essenziale per percorsi mirati che partono da dati e ricerche».

Guardando nel dettaglio i numeri lombardi, sul territorio regionale sono stati individuati 74 orfani, di cui 58 sono figli della madre uccisa e dell’autore del femminicidio. Il dato più terribile riguarda quei 21 orfani che hanno assistito personalmente all’uccisione della loro madre. Non ci sono solo minorenni tra di loro: il 30% è maggiorenne. «Spesso ci si avvicina a ragazzi molto schermati, che hanno vissuto anni di violenze reiterate e che non vogliono affrontare il tremendo dolore dell’uccisione della madre – spiega la psicologa Carmen Giorgio dell’Istituto Minotauro, altro partner lombardo dell’iniziativa – è fondamentale che la ricostruzione identitaria non collassi su un’etichetta: ogni ragazzo o bambino ha la sua unicità e il suo percorso deve essere pensato su di lui. Il messaggio che deve passare è che di quello che è successo se ne potrà sempre parlare, che non è un argomento tabù. Da qui si parte per un processo di apertura verso il futuro per riprendere in mano le trame della propria vita».

Il progetto comprenderà anche un’attività di informazione e sensibilizzazione, con percorsi educativi nelle scuole di ogni ordine e grado per aumentare la consapevolezza sui ruoli di genere, oltre alla formazione di personale educante per responsabilizzarli sul tema. La presentazione dell’iniziativa questa mattina alla Casa delle Donne Maltrattate di Milano è stata anche l’occasione per denunciare una carenza di fondi anche nel capoluogo lombardo: «Le liste d’attesa per le neuropsichiatrie infantili che potrebbero prendere in carico questi minori sono spesso lunghe almeno due anni e i servizi sociali sul territorio comunale non hanno abbastanza fondi – denuncia Ulivi – capita che non possano coprire nemmeno le spese per un centro diurno per un bambino vittima di un padre violento con istinti autolesionisti. Ci deve essere più attenzione verso questi temi ma soprattutto nei confronti delle sofferenze di chi ha già perso tanto».