La generazione che disturba (gli adulti) – Matteo Lancini su San Francesco patrono d’Italia
Condividiamo l’articolo di Andrea Rossi pubblicato su San Francesco patrono d’Italia con intervista a Matteo Lancini (19 ottobre 2026).
19 Ottobre 2026
La generazione che disturba (gli adulti)
Società “post-narcisista” e ansia diffusa, Matteo Lancini analizza le contraddizioni di una generazione cresciuta tra aspettative e mancanza di prospettive
di Andrea Rossi
Negli ultimi giorni le piazze di molte città italiane ed europee si sono riempite di giovani. Con loro è tornato, acceso e spesso riduttivo, il dibattito su una generazione che fatichiamo a comprendere. Per questo riproponiamo l’intervista allo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini, pubblicata nel numero di maggio della nostra rivista San Francesco patrono d’Italia, in cui abbiamo cercato di trovare una chiave di lettura più profonda.
Oltre le etichette di “fragili” e “ansiosi”, Lancini descrive ragazzi cresciuti in una società post-narcisista, alle prese con un vuoto identitario e un futuro incerto. Il suo sguardo attraversa una politica che li ignora, una scuola che valuta più di quanto ascolti e il senso, oggi, dell’aiuto psicologico. Ne emerge una domanda che interpella anzitutto noi adulti: siamo davvero disposti ad ascoltarli, anche quando le loro emozioni ci disturbano?
Nel raccontare i giovani di oggi, spesso ci si ferma a etichette veloci: “fragili”, “ansiosi”, “disconnessi”. Ma cosa c’è davvero dietro queste definizioni? Lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini prova a ribaltare lo sguardo, entrando nel cuore delle contraddizioni di una generazione cresciuta tra individualismo, iperconnessione e mancanza di prospettive. Dal rapporto con le emozioni a quello con gli adulti, fino alla crisi della scuola e delle relazioni, emerge un quadro complesso e, per certi versi, spiazzante, che chiama in causa non solo i ragazzi, ma l’intera società.
Professor Lancini, uno sguardo generale sui ragazzi di oggi: cosa li accomuna?
Sono generazioni che non sono cresciute nella società più conflittuale, sessuofobica. Quindi il loro modello adolescenziale è meno edipico. Non sono più neanche ragazzi che hanno attraversato l’adolescenza nell’età narcisistica. Sono dei giovani nati e cresciuti all’interno di un sistema che definiamo “post-narcisista”.
Cosa significa?
Non vivono con il modello della colpa o dell’ideale, ma intercettando i bisogni degli adulti di riferimento. Abitano una società che dice di ascoltarli, ma che non permette loro di esprimere emozioni disturbanti. Questo ha generato un vuoto identitario, legato più ai bisogni dei grandi che ai propri, e una mancanza di prospettive future, aggravata da problemi globali come il cambiamento climatico e la pandemia. L’ansia che li caratterizza non è più prestativa, ma generalizzata. Sono etichettati come “generazioni ansia”. Inoltre, sono tra le prime generazioni per cui costruire una coppia generativa non è più un compito evolutivo fondamentale.
Come vivono la relazione con l’altro?
Sono dipendenti da internet. Dipendenza non più misurabile in base al tempo, poiché viviamo in una società onlife – come la definisce il filosofo Luciano Floridi – dove reale e virtuale si fondono. Gli è stato insegnato che l’autonomia e la realizzazione di sé sono prioritarie e che nessun vincolo dovrebbe limitarle. Questo ha portato a trascurare il fatto che l’essere umano nasce con la necessità di legami affettivi. Genitori, società, politica e scuola hanno promosso modelli competitivi, enfatizzando il sé e svalutando l’altro.
Questi ragazzi vivono una complessità enorme: da un lato accusati di individualismo e superficialità, dall’altro privati di un futuro stabile. Ogni volta che cercano di approfondire qualcosa, le loro emozioni “disturbano” gli adulti.
Che rapporto hanno con la politica e le istituzioni? Si impegnano a dare voce a questo disagio che provano? Vede dei giovani politicamente impegnati? La politica sta rispondendo?
La politica non si interessa dei giovani e siamo un Paese che invecchia, in cui le iniziative sono rivolte principalmente agli adulti. I giovani che ricevono un po’ più di attenzione sono i maggiorenni perché hanno diritto di voto, ma l’attenzione rimane molto limitata.
Le manifestazioni per Gaza sono state un segnale importante, ma il contesto sociale in cui sono cresciuti rende difficile costruire una comunità educante o una collettività di valori condivisi. Tuttavia, questa generazione, se trova adulti che cercano di dare risposte alle loro domande e ai dubbi invece di imporre informazioni dall’alto, si relaziona in modo più autentico di quanto facessero quelle precedenti. Questo tipo autenticità mette in difficoltà gli adulti, che vivono in una società dissociata e finta, dove influencer e testimonial sono spesso incoerenti. I giovani crescono in un mondo segnato da guerre, milioni di morti e un individualismo estremo, ma in maniera miope si attribuisce la violenza giovanile a certa musica o determinati ambienti, ignorando le proprie responsabilità.
La vera domanda è: «Perché i giovani, invece di ribellarsi, sono autolesionisti, soffrono d’ansia e cercano lo sguardo di ritorno di adulti che li ignorano?».
Il sistema scolastico e universitario, mi pare di capire, che non li aiuti. Un esempio recente riguarda l’educazione affettiva. È un tipo di scuola che ha delle falle piuttosto importanti.
L’università, pur con tutti i suoi limiti, si sta interrogando sul futuro. Ad esempio, sta monitorando l’aumento dei corsi online e molti docenti utilizzano l’intelligenza artificiale per redigere paper. Nonostante le sue lacune, l’università, quindi, sembra avere maggiore autonomia e capacità di riflessione rispetto alla scuola. Quest’ultima, invece, è bloccata da una metodologia che tutti sanno come dovrebbe essere, ma che nessuno ha il coraggio di cambiare, perché chi tocca la scuola italiana “rischia” politicamente. È pensata più per sostenere il sistema burocratico – con 1.200.000 dipendenti e un conseguente enorme indotto – che per gli studenti. È ancorata a metodi obsoleti, come la divisione in materie settorializzate e i voti numerici, che alimentano competizione e demotivano gli alunni, togliendo loro la voglia di apprendere.
Gli insegnanti spesso tolgono i cellulari agli studenti, ma poi sono loro stessi ad utilizzarli per gestire la scuola attraverso gruppi WhatsApp e registri elettronici, creando un modello dissociato. La scuola dovrebbe essere il luogo dove si educa a tutto, ma invece si limita a valutare e numerare, ignorando completamente le emozioni. Questo approccio genera un’emergenza educativa, con ragazzi che si sentono giudicati e non supportati.
Un esempio che ha fatto clamore è quello di tre studenti che, durante la maturità, hanno criticato apertamente la scuola definendola competitiva e incapace di stimolare la crescita e l’apprendimento. Invece di ascoltarli, sono stati trattati come ribelli da punire, dimostrando l’incapacità del sistema di accettare critiche. Si dovrebbero anche affrontare temi cruciali come il suicidio, ma si preferisce colpevolizzare internet o la tecnologia, evitando di parlare apertamente di questi argomenti con studenti e genitori.
Oggi insegnare non significa più trasmettere nozioni, che gli studenti possono facilmente trovare online, ma aiutare i ragazzi anche a elaborare emozioni e a costruire il sapere partendo dalle loro domande. Tuttavia, molti docenti si limitano a insegnare la materia, ignorando il ruolo fondamentale che dovrebbero avere nel supportare i giovani a livello emotivo e umano.
Cambiamo punto di vista. In questi ultimi anni è maturata molto l’idea dello psicologo come importante figura di supporto e non più un tabù. C’è, però, il rischio di affidargli completamente la propria vita, sperando di riuscire a sciogliere tutti i nodi. Quanto è cambiata la sua professione rispetto a dieci o quindici anni fa?
I giovani di oggi sono diventati esperti nelle relazioni, avendo imparato a intercettare i bisogni degli adulti, anche se spesso faticano a riconoscere i propri. Crescono immersi in un contesto di relazioni tra coetanei molto più ampio rispetto al passato. Oggi, un undicenne ha frequentato più persone di quante un adulto di sessant’anni abbia mai incontrato. Questo ha cambiato il modo di rapportarsi: i ragazzi vorrebbero parlare con genitori, insegnanti e figure di riferimento, ma gli adulti sono davvero pronti ad ascoltarli? Ascoltare non significa accettare solo emozioni positive, ma anche paura, tristezza e rabbia.
Non è vero che i giovani si affidano allo psicologo per risolvere tutto. Anzi, il lavoro con gli adolescenti coinvolge i genitori come co-terapeuti, perché senza di loro non si può prendere in carico un ragazzo. Sarebbe utile estendere questo approccio anche ai giovani adulti, che spesso parlano dei genitori durante le sedute. Tuttavia, invece di creare spazi strutturati per il dialogo, ci si preoccupa di ChatGPT o di altre tecnologie.
La solitudine vissuta spinge i ragazzi verso internet, ma, quando si affidano a un terapeuta non cercano soluzioni semplicistiche o frasi motivazionali come “dai che ce la fai”. Vengono per parlare di temi profondi: suicidio, dolore, assenza familiare, una scuola che genera malessere ma che è comunque necessaria per il loro futuro. Il problema è che gli adulti spesso non si rendono conto dell’importanza del loro ruolo e del modello di identificazione che offrono. Criticano internet, ma non rinunciano a usarlo; sostengono che la scuola vada bene così com’è, mentre il problema sarebbe la tecnologia. Cercano soluzioni che li facciano sentire meglio, non che aiutino davvero i ragazzi. Un esempio è il divieto del cellulare a scuola, che il 70% degli italiani approva. Ma cosa cambia davvero? Gli adulti stessi non rinunciano al cellulare, pur essendo i primi a criticarlo. Questa è la dissociazione della nostra società: “ciò che fa bene” ai grandi viene tolto ai giovani “per il loro bene”. Non si vede mai un adulto rinunciare a qualcosa per il bene delle nuove generazioni, nemmeno per preservare il pianeta o gestire internet in modo responsabile.
Chi lavora con i ragazzi si trova spesso a rispondere a domande come: «Mi dica qualcosa per far star meglio i miei figli o i miei studenti». Tuttavia, il 95% delle richieste sembra mirare più a rassicurare gli adulti stessi che a risolvere i problemi dei ragazzi. Questo è il dramma: il bene viene sempre tolto ai giovani, senza che gli adulti si mettano davvero in discussione.

