La rabbia della Generazione Z, la “più ascoltata di sempre”, parla anche degli adulti – Matteo Lancini su Vogue Italia

La rabbia della Generazione Z, la “più ascoltata di sempre”, parla anche degli adulti – Matteo Lancini su Vogue Italia

Condividiamo l’articolo di Irene Coltrinari pubblicato su Vogue Italia con intervista a Matteo Lancini (22 ottobre 2026).
22 Ottobre 2026
La rabbia della Generazione Z, la “più ascoltata di sempre”, parla anche degli adulti. L’opinione dello psicoterapeuta Matteo Lancini
A partire dalle manifestazioni in tutta Europa e oltre, un’analisi della rabbia e del perché non riguarda solo i giovani. Ma di una mancanza primordiale in un mondo drasticamente cambiato
di Irene Coltrinari

Alla luce dei fatti di cronaca che stanno attraversando l’Europa intera, oltre che la città di Milano, emerge dilagante l’emozione della rabbia. Abbiamo chiesto a Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, Presidente della Fondazione “Minotauro” di Milano, docente presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università Milano-Bicocca e l’Università Cattolica di Milano, oltre che direttore del Master “Prevenzione e trattamento della dipendenza da internet in adolescenza” di aiutarci a definire il perimetro di questo sentimento dilagante online e offline da Parigi a Tirana, da Milano a Salerno fino a Bruxelles. La rabbia è per le strade, sia da parte di chi scende in piazza per manifestare pacificamente e si ritrova placcato dalla polizia, sia da chi sceglie senzientemente la distruzione per affermarla. La maggior parte sono adolescenti marginalizzati. La rabbia dilaga anche tra chi partecipa al presente come spettatore e dallo schermo del cellulare agisce l’unica azione che può: commenta, pubblica, posta, si espone, con rabbia e indignazione la sua opinione e il disdegno per i moti violenti. Il ragebaiting è ormai uno stile comunicativo: lo operano utenti, creator, media, scannandosi nei commenti. Ma la rabbia è il miglior modo per essere ascoltati?

Secondo Lancini, il desiderio principale della manifestazione della rabbia è essere visti e riconosciuti. Anche quando per farlo si distrugge una città: «Siamo davanti ad una violenza che esplode. Mettiamo nero su bianco però che è sempre da condannare, perché ogni volta che parla uno psicologo si pensa all’attuazione di una difesa, ma io cerco di dare un senso a quello che succede. Le punizioni ai ragazzi, secondo i codici legislativi, in base all’età, possono essere costruttive e servono, tra l’altro, anche a loro per provare a ricostruirsi un futuro, anche perché molti di loro vengono dalle case famiglia. Non è facile. Questa violenza va ovviamente però distinta da sacrosanti movimenti di ragazzi che manifestano pacificamente insieme agli insegnanti condannando gli adulti che se ne sono fregati ampiamente delle loro esigenze evolutive del loro futuro. Queste generazioni hanno un enorme bisogno di essere viste, e attenzione, sono probabilmente le generazioni più ascoltate di sempre, ma non ci rendiamo conto della complessità del mondo che abbiamo creato e del bisogno di dar loro strumenti per navigarlo».

I figli oggi non sono cresciuti solo dalla mamma e dal papà e dalla scuola, ma sono cresciuti dalla società di Internet, dalla società delle immagini, sono cresciuti dalla quantità esorbitante di coetanei con cui entrano in contatto già a pochi anni. Si cresce con il profilo Twitter del Papa e le suore di clausura che compravano su Amazon, con una possibilità di intervenire sul corpo con i tatuaggi per decorazione, oppure con la chirurgia estetica. Oggi lo stesso comportamento che ti garantisce di essere eletto alle prossime elezioni è quello che anni fa avrebbe portato un politico a mettersi dopo due minuti per la vergogna, oggi quella non c’è più. La vergogna oggi è diventata sovraesposizione, successo. Più la fai grossa, più sei popolare, più la dici grossa, più vendi libri.»

Il tema fondante del libro “A volte ti amo”, di Lancini, edito da Einaudi, sono le relazioni. In una relazione, la frustrazione dei non detti, la mancanza di ascolto, le aspettative non incontrate, le promesse non mantenute sono aspetti che possono causare rabbia o crisi. Nel mondo di oggi, la rabbia è un sentimento che se espresso che viene istantaneamente punito e catalogato come atto violento in qualsiasi tipo di relazione. Un esempio parte dalle scuole: «se un bambino spingeva una compagna la maestra interveniva non c’era la denuncia dell’altro genitore, non si chiamava violenza. In base all’ultimo fatto di cronaca e all’angoscia dell’insegnante, una spinta oggi può essere l’inizio della violenza di genere». In una società dove le emozioni erano più tollerate e l’individualismo meno marcato, la rabbia non era gestita in questo modo. C’era più spazio per esplellerla. Adesso viene sempre contenuta e soppressa. «Ho letto su un giornale che era stato tradito un “patto sociale”» continua Lancini, «ma siamo ai minimi storici per il conflitto generazionale oggi.» Quindi, si evita il conflitto. Perchè? Perchè questo porta pochi risultati concreti. «Il patto che è stato tradito è un patto di vicinanza. Oggi l’adulto ascolta l’adolescente in modo non autentico, è come se dicesse “ti ascolto a patto che tu non testimoni mai quelle emozioni che disturbano per le quali io non ho tempo”». Il dottore continua: «otteniamo così delle generazioni di adolescenti espertissimi dei bisogni degli adulti ma che hanno messo a tacere delle emozioni costitutive dell’essere umano che si chiamano paura tristezza e rabbia».

L’ascolto c’è ma è un processo che mettono in atto gli adolescenti per capire come farsi capire dagli adulti, non il contrario. È la risposta empatica la soluzione alla rabbia. Ma mettere a tacere la rabbia, o meglio, filtrare l’ascolto per internalizzare solo le emozioni che non intacchino lo stato emotivo di chi ascolta, significa sopprimerle, invalidarle. E cosa succede quando si sopprime la rabbia? «Questo si traduce in un vuoto identitario che esplode in violenza verso di sé verso gli altri. Ovviamente impattano di più i coltelli e le scene di questi giorni perché hanno una ricaduta sul piano sociale dell’ordine pubblico. Ma non dimentichiamo che da 10 anni a questa parte c’è un aumento esponenziale di accessi ai servizi di neuropsichiatria pubblici, aumentano i tentativi di suicidio, il ritiro sociale maschile (il parallelo dell’anoressia femminile). Per non parlare delle relazioni: queste sono le prime generazioni che crescono in una società dove l’atto sessuale non è più necessaria la sopravvivenza della specie. La recessione sessuale è al massimo, i giovani oggi non formano legami di coppia ma” amicizie amorose” come le descrivo in “A volte ti amo”, il modello di famiglia unipersonale, cioè composta da una sola persona, a Milano e Bologna hanno superato il 50%. Perché qualsiasi relazione rischia di essere vista dagli adulti come una forma di controllo e possesso. I genitori ti hanno detto che conta l’autonomia, l’individualità, il tuo progetto personale, ma sono gli stessi che ti monitorano, ti controllano con il registro elettronico dalla scuola italiana e poi ti dicono che se lo fa un amore, è tossico. La linea sottile tra cura e controllo è molto difficile da gestire oggi. Qua stiamo parlando di generazioni che consumano i cannabinoidi, i farmaci, come un lenitivo mica in senso trasgressivo. C’è una disperazione che diventa questo punto di azione. È chiaro poi che l’azione violenta cambia radicalmente il modo di guardare poi ai bisogni dei ragazzi, quindi ovviamente, spariscono».

L’iper-individualismo e la mancanza di riconoscimento portano quindi ad un desiderio di rivalsa, di riconoscimento appunto, alla base della rabbia. Quando l’individualità dell’adolescente non diventa comunicabile, spesso di riversa nell’agito, quindi in gesti forti. «Lo sdogamento delle esigenze dell’individuo adulto hanno avuto delle grandi conseguenze sui modelli di identificazione delle nuove generazioni. È sempre stato così in adolescenza. Ma quelle che accadono sono azioni disperate che nascono dentro una dimensione di aggregazione che nasce appunto in rete e non hanno nessun aspetto costruttivo, quindi il vero problema è che esiste una disperazione generale. Noi non ci rendiamo conto di aver creato un sistema così violento e inespressivo delle emozioni. La rete ne è contenitore, non un creatore di violenza. Un esempio nell’area dell’attacco al corpo è quella di un ragazzo che si è suicidato davanti all’intelligenza artificiale, i titoli hanno utato a “Guarda cosa ha fatto l’intelligenza artificiale” ma la verità è l’intelligenza artificiale svolge quella funzione di contenitiva di certe emozioni che gli adulti non sono in grado di svolgere. Io nel mio libro dico che svolge una funzione materna che è quella che oggi manca».

La cura e il controllo, come menzionato in precedenza sono due forme materne che come bastone e carota sono due facce della stessa medaglia. Molti, sui social, lamentano la mancanza di riconoscimento di un’autorità da parte delle generazioni più giovani. La mancanza di cura da parte delle figure di riferimento, ipercentrate sulla loro autorealizzazione, può essere una delle cause latenti. Lancini prova a proporre una soluzione: «La soluzione sarebbe che gli adulti ogni volta che si rivolgono a un giovane, qualunque sia il suo ruolo, si facessero tre domande. La prima, “lo faccio per me o per te?”. Vedrai che la risposta se è onesta l’adulto risponde non me ne frega niente. La seconda è chiedere “chi sei?” cioè identificarti con quali sono i motivi che ti spingono a muoverti in questo modo in questa società. E per i giovani invece, come scrivo nel libro, forse bisognerebbe tornare a lavorare dentro una dimensione di autenticità delle relazioni». E una relazione per essere autentica, deve includere l’ascolto attivo ed empatico. Anche quella con i cittadini.