“Togliamo internet agli adulti e diamo qualcosa ai ragazzi” – Matteo Lancini su Osservatorio Socialis
Condividiamo l’articolo di Lucia Trotta pubblicato su Osservatorio Socialis con intervista a Matteo Lancini (4 novembre 2026).
4 Novembre 2026
Lancini: “Togliamo internet agli adulti e diamo qualcosa ai ragazzi”
Regole credibili, educazione digitale per gli adulti e stop alle riprese dei figli da parte dei genitori: lo psicoterapeuta rovescia il dibattito sul divieto dei social.
di Lucia Trotta
Mentre il Parlamento italiano esamina il Kids Act, la proposta di regolamento della Commissione Ue sul divieto dei social per i minori di 13 anni, Socialis ha chiesto un parere al professor Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Minotauro di Milano.
Professor Lancini, lei è critico con i divieti: vale anche per il Kids Act?
Io sono favorevole a tutti i divieti che gli adulti possano mettere in atto e che sappiano far rispettare. E sono per vietare immediatamente internet a tutti gli adulti e per dare qualcosa alle povere nuove generazioni. Gli adulti purtroppo questo non lo vogliono fare, ma la società che loro hanno creato è terribile e lo abbiamo visto anche nei giorni scorsi: il vero problema non è che un ragazzino di 11-12 anni abbia avuto accesso ai social, ma che qualcuno lo abbia ripreso e che poi tutto il mondo lo abbia massacrato. (Il riferimento è al ragazzino ripreso con alcune cinture al collo durante i disordini del 17 e 18 ottobre a Milano: i video, girati dai passanti, sono diventati virali sui social, ndr). Quindi sono favorevole al divieto per i minori, basta che le leggi e le regole che vengono fatte si possano far rispettare. Io farei altre regole.
Quali?
Per esempio penso che chi riprende minori sotto i 13 anni e li mette in rete per propri interessi personali, invece di diventare un eroe, dovrebbe forse avere degli anni di galera. Però non sono io il legislatore. Sono favorevole alla legge, ma mi dicano esattamente come intendono farla rispettare, non che bisogna farla e poi vediamo.
Che cosa servirebbe per sostenere davvero un divieto dei social per i minori?
Se mi dicono quali risultati stanno ottenendo in Francia, in Grecia, in Australia, con dati scientifici e non con le castronate che sento, io sono favorevolissimo al divieto. Che però innalzerei: dai 13 anni lo porterei a 80, così finalmente avremmo una società migliore.
Immagino però che nessuno sappia bene come attuare provvedimenti di questo tipo. L’adulto perde completamente credibilità in due modi: quando fa regole che non sa far rispettare e quando non dà il buon esempio, cioè propone modelli di identificazione senza limiti nel proprio comportamento e poi critica qualsiasi cosa che riguardi i giovani.
In che cosa gli adulti non danno il buon esempio?
Qualcuno ha presente che cosa vuol dire crescere in una società dove il cyberbullismo è stato diffuso dai gruppi WhatsApp dei genitori? Qualcuno ha presente che cosa vuol dire crescere in una società in cui gli adulti che parlano male dei social stanno sui social, e questo accade in tutti i mestieri, anche educativi: insegnanti, psicologi, per non parlare dei politici? Qualcuno ha presente che cosa vuol dire essere un bambino che cresce in una società dove gli adulti, invece di stare in relazione, hanno passato troppo tempo sui social? I ragazzi stanno male per la violenza della società, perché gli adulti sono stati troppo sui social, perché li hanno ripresi per 13 anni a ogni recita e perché non siamo più umani.
E così decidiamo che hanno un circuito cerebrale che non gli consente di accedere. Invece sono esseri umani che vivono di identificazioni, emozioni e dignità, che secondo me oggi gli adulti hanno perso: non si vergognano di niente pur di avere successo, vendere libri e vincere le elezioni. Diciamo quindi che l’educazione digitale dovrebbero seguirla per primi gli adulti.
Allora da dove si può cominciare per affrontare la questione, professore?
Abolire immediatamente il registro elettronico. Ma siccome non lo puoi fare, perché perdi le elezioni, ci sono dirigenti scolastici straordinari che hanno già chiesto ai propri insegnanti di mettere il voto almeno 48 ore dopo, per consentire a un ragazzo di non sentirsi controllato. Poi vietare subito i gruppi WhatsApp dei genitori: è un decreto che il ministro dell’Istruzione e del Merito potrebbe fare immediatamente. Gli incontri tra scuola e famiglia si organizzano dal primo settembre con un calendario annuale, in modo che io possa smettere di votare per anni un influencer, ma possa votare un rappresentante di classe e andare a parlare con gli insegnanti dei miei figli. Ma non lo vogliono né le famiglie né la scuola.
Quale altro provvedimento servirebbe?
Il divieto assoluto di riprendere figli e studenti in qualsiasi recita fino ai 13 anni: ahimè, non siamo più all’epoca delle Polaroid. È il vero provvedimento che la comunità europea dovrebbe prendere.
Perché è così importante?
Perché si chiama pornografizzazione delle emozioni. Se cresci e alla recita dell’asilo alzi gli occhi, trovi persone che si disinteressano del lavoro fatto dalle educatrici per la recita di Natale e dei figli degli altri: vedi tua madre, tua nonna, tuo zio, tuo padre, i parenti che ti riprendono manco fosse l’avvenimento della storia e guardano solo te, che peraltro fai il fiocco di neve, o il vento, o l’albero, perché non sei uno dei due protagonisti. Lì si costruisce la società, ed è solo l’inizio: poi non le dico che cosa succede alla festa di fine quinta elementare, dove ti riprendono tutti e piangono. Pornografizzazione delle emozioni vuol dire che a quel punto la relazione cade e conta essere ripresi, vivere nella mente dell’altro. E dai 13 anni in poi, incredibilmente, gli adulti dicono: adesso che dovresti prendere in mano tu il telefono, te lo tolgo, perché hai questa fissa dello schermo e vuoi riprendere tutto. Ma da dove ti è venuta? Sarà stato quel cattivone dei social e di internet? Io che cosa c’entro? I ragazzi, qualsiasi avvenimento violento vedranno o vorranno fare, lo faranno con una telecamera accesa, meglio se messa direttamente sulla fronte. Del resto sono stati guardati da una telecamera.

